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la lotta alla ’ndrangheta/1 

La Cassazione conferma i 13 anni a Brescia

Tiziano Soresina
La Cassazione conferma i 13 anni a Brescia

Aemilia: definitiva la condanna per il costruttore. La Suprema Corte respinge anche il ricorso dell’ex maresciallo Lupezza

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Tiziano Soresina

reggio emilia. Un altro filone della maxi inchiesta Aemilia è giunto a conclusione.

La Cassazione – Prima sezione penale – ha, infatti, respinto i ricorsi presentati dal costruttore cutrese 54enne Pasquale Brescia e dall’ex maresciallo dei carabinieri 51enne Alessandro Lupezza, lasciando così inalterate ma rendendo definitive le condanne di secondo grado, cioè 13 anni di reclusione per l’imprenditore edile (da tempo in cella) e 5 anni di reclusione per l’ex militare.

Un filone giudiziario a sè stante, scaturito dall’astensione in Appello per incompatibilità del giudice Giuditta Silvestrini (il caso era stato sollevato dalla difesa di Brescia perché il magistrato faceva parte del collegio che aveva giudicato proprio l’imprenditore edile per la lettera considerata minacciosa al sindaco Luca Vecchi) e che nella primavera 2020 aveva portato alla formazione di una Corte tutta al femminile (Valentina Tecilla l’ha presieduta, a latere le colleghe Cristina Bellentani e Stefania Di Rienzo). Stralcio che aveva riguardato anche l’ex maresciallo dei carabinieri, perché secondo l’accusa aveva effettuato dei controlli in banca-dati su un’auto per conto proprio di Brescia che lo ringraziò.

Divenute definitive, cosa “dicono” le due sentenze di secondo grado? Se l’impianto accusatorio principale (associazione mafiosa) nei confronti di Brescia è rimasto inalterato, il verdetto ha “tagliato” di tre anni la pena per il 416 bis rispetto al primo grado (con rito abbreviato il costruttore era stato condannato a 16 anni di carcere nell’aula bunker di Reggio Emilia dalla Corte costituita da Francesco Caruso, Cristina Beretti ed Andrea Rat), mentre è giunta l’assoluzione «perché il fatto non costituisce reato» relativamente all’accusa di intestazione fittizia alla moglie (la 51enne Rosaria Ameglio) del ristorante “Antichi Sapori” di Gaida in cui per la Dda venne siglato, nel 2012, un patto fra ’ndrangheta e politica contro le interdittive antimafia dell’allora prefetto di Reggio Emilia, cioè Antonella De Miro. Assoluzione che, di riflesso, ha riguardato anche la moglie di Brescia. In primo grado con rito ordinario, per questa specifica imputazione il marito era stato condannato a 6 anni e 9 mesi, mentre la moglie a 4 anni e 6 mesi.

In Corte d’appello a Bologna era stata, invece, confermata in toto la condanna di primo grado per Lupezza: 5 anni di reclusione.

Nel caso dell’ex carabiniere era stata così accolta la richiesta del sostituto pg Luciana Cicerchia che in precedenza, per Brescia, aveva chiesto 19 anni di carcere (mettendo in continuazione le due sentenze di primo grado) e la conferma della pena per Ameglio. Di diverso avviso l’Appello che riduceva la condanna del costruttore ed assolveva la moglie.

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