Gazzetta di Reggio

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Teste quadre? Lo sberleffo in realtà è un complimento

Mauro Grasselli

Luciano Pantaleoni pubblica il libro “Aršân” in reggiano, italiano e inglese Una galoppata tra i proverbi, i modi di dire e le storie della cultura popolare

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Mauro Grasselli

CORREGGIO. Si fa presto a dire teste quadre. Che poi – detto per inciso – è una definizione priva di fondamenti scientifici, quella storicamente legata ai reggiani. Sì perché Luciano Pantaleoni – ora in pensione dopo 40 anni di lavoro come architetto alla cooperativa Andria (quella che, tra l’altro, ha realizzato il fantasioso, coloratissimo, sorprendente quartiere Coriandoline di Correggio) – è andato a verificare anche l’aspetto anatomico dei crani, mentre stava preparando la pubblicazione del libro “Aršân -Testi Quedri - Square Heads”, fresco di stampa da parte di Incontri Editrice, 20 euro.

È un libro in cui i reggiani vengono narrati attraverso i proverbi, i modi di dire, le storie, le canzoni e le filastrocche della cultura popolare. È una galoppata all’interno dell’identità reggiana tramandata nel corso dei secoli, fatta di attività tipiche, abitudini alimentari, consigli per i viandanti, sberleffi ai territori confinanti fatti di paesi pieni di stolti e coglioni, incapaci e nesi, ladri e truffatori, zingari e spie. Il tutto, giocando con le parole e le assonanze. Un libro trilingue (reggiano, italiano e inglese), arricchito da numerose illustrazioni di Giulio Taparelli.

«Nella prima parte del libro – spiega Pantaleoni, esperto di dialetto e cultura popolare emiliana, autore di numerosi libri – viene analizzato il contorno: Mantova, Modena, Parma, la Garfagnana»; come questi terrritori vedono i reggiani, e viceversa. Ecco allora i proverbi come J Pramsan j’in bagoloun dal luster (i parmigiani sono dei fanfaroni venditori di lustro); Mudnèis fèls e curtèis (modenesi falsi e cortesi); Mantuan largh ed boca strech ed man (mantovani larghi di bocca stretti di mano, nel senso di facili alle promesse ma piuttosto avari); Tuscân lêder e rufiân (toscani ladri e ruffiani). «Poi analizzo le 4 ragioni per cui i reggiani vengono chiamati teste quadre», spiega Pantaleoni. Che parte dal poema eroicomico “La Secchia Rapita” di Alessandro Tassoni (1614), in cui viene celebrata la grandezza di Modena. In questo caso i soldati reggiani, fatti prigionieri nel castello di Rubiera, come punizione, prima di essere liberati, sarebbero stati percossi con l’asta di Marte fino a far assumere alle loro teste la forma quadrata. Stupiva il vinto, poi che ’l sol apparve / cinto di luce, e che si fu avveduto / con onta sua che le picchiate ladre / a tutti fatti avean le teste quadre.

La seconda ragione viene piegata nel Dizionario enciclopedico modenese di Sandro Bellei, che elenca le differenze tra reggiani e modenesi. Per dileggio, i primi chiamano i secondi nosòun, nocioni, per la presunta forma ovale (dolicocefala) del loro volto, che pare derivi da antichissime discendenze etrusche; per contro, la conformazione cranica brachicefala dei reggiani pare tragga spiegazioni dall’antico insediamento nelle loro terre delle tribù celtiche. Anche i parmigiani avrebbero teste rotonde per via degli Etruschi, stirpe nobile e raffinata, mentre ai reggiani toccherebbero le teste quadre che discenderebbero dai Galli Boi, i barbari del nord.

Pantaleoni affronta poi la diatriba “geometrica” andando a verificare che, dal punto anatomico – e quindi in chiave scientifica ben lontana dai campanilismi – esistono due tipologie fin dai tempi dell’anatomista svedese Anders Retzius (1796-1860): dolicocefali con cranio allungato e brachicefali con cranio arrotondato. Con l’aggiunta dei mesocefali: una via di mezzo classificata nel 1861 da Paul Broca. «La definizione “teste quadre” non ha un riferimento antropomorfo», assicura Pantaleoni.

Infine, il Vocabolario Treccani rovescia tutto, con buona pace di bagoloni e nocioni: quello che vorrebbe essere uno sberleffo, diventa un apprezzamento: «Testa quadrata: - di persona, mentalità e simile, che ragiona bene e con molto senno». «Uomo quadrato: - assennato, assennato, giudizioso, misurato». «Avere le palle quadre: - dimostrarsi una persona capace, avere i coglioni, essere in gamba, saperci fare».

Il volume elenca poi le caratteristiche dei reggiani partendo dal carattere, dal lavoro, dall’educazione, dall’amore (le donne reggiane sono famose per alcune caratteristiche: I gh’an i’ôs grôs e i’ ucîn fûreb, hanno le ossa grosse e gli occhi furbi), il cibo, la parlata (Ch’a t’ vègna un câncher; Tròja d’un imbambi; Ma va a caghêr, dai mille significati in base all’intonazione della voce e dal contesto). Poi la carrellata dei paesi e paesini della provincia di Reggio Emilia, ciascuno con i propri proverbi e bizzarrie, anche linguistiche, oltre che campanilistiche. Insomma, un atto d’amore di Pantaleoni per J’arsân, «persone semplici, originali, che si emozionano di fronte alle magie della natura, degli uomini e delle donne. Hanno una saggezza antica che li guida e li accompagna».

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