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il processo in assise 

«Uccise la barista per un amore patologico Boukssid era seminfermo di mente»

T.S.
«Uccise la barista per un amore patologico Boukssid era seminfermo di mente»

I quattro psichiatri sentiti sono concordi nel descrivere la personalità dell’assassino affetto da una forma di delirio

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reggio emilia. Un omicidio passionale patologico, da parte di un uomo non consapevole della malattia che l’attanagliava da tempo (un disturbo schizzotipico, innestato su una personalità deliroide) e che quando ha compiuto il delitto era parzialmente infermo di mente.

Pur fra mille sfumature e terminologie tecniche, tutti gli esperti sentiti ieri in Assise hanno “dipinto” così il marocchino 36enne Hicham Boukssid che nell’agosto 2019 si è macchiato dell’uccisione a coltellate della barista cinese 25enne Hui “Stefania” Zhou per un amore malato e maturato solamente nella testa del nordafricano.

In aula non vi sono clamori né tensioni. L’imputato seguirà in silenzio tutta l’udienza a testa bassa, quasi appiccicato con il viso al tavolo in prima fila in cui siede con accanto l’interprete ed attorniato da tre agenti di polizia penitenziaria. Della famiglia cinese – costituitasi parte civile tramite gli avvocati Giulio Cesare Bonazzi ed Alessandra Magnani – stavolta è presente in udienza solo il fratello della vittima, ma si tocca con mano anche la solidarietà portata da alcune rappresentanti dell’associazione “Nonunadimeno”.

Ieri la “tappa” processuale è stata dedicata ai professionisti che hanno seguito le perizie psichiatriche su Boukssid. Si sono, quindi, alternati a deporre i consulenti di parte (di accusa, difesa e parti civili) e il perito nominato dal tribunale.

Quattro esperti incalzati dalle domande del pm Marco Marano, dei due legali di parte civile e dell’avvocatessa Pina Di Credico che difende l’imputato.

«Quell’amore era un’idea patologica – spiega Renato Ariatti, consulente del pubblico ministero – e in Boukssid c’era una frustrazione e rabbia crescente per le aspettative disattese che si era fatto sulla ragazza, finché arriva ad agire in quello che è un momento di non ritorno. Su quella relazione lui era fuori dalla realtà, però ha messo in atto tutta una serie di comportamenti rispetto ai quali noi abbiamo ritenuto che lui potesse anche scegliere condotte alternative e quindi la capacità d’intendere e di volere era solo scemata ma non esclusa. Seminfermità di mente solo nel momento in cui entra nel bar Moulin Rouge, perché nei giorni precedenti era preso da idee deliroidi. Hicham faceva uso di cannabinoidi – precisa – un fattore che potenzialmente aumenta il livello di aggressività». Poi è stata la volta di Gianfranco Rivellini – consulente nominato a suo tempo dal gup Luca Ramponi – che parte da una precisa considerazione sull’assassino: durante l’omicidio non ha perso il controllo, ma non aveva il controllo della sua dimensione affettiva: «Le tante coltellate e l’ultima fatale? Tutta la situazione patologica a monte lo porta a non fermarsi. Quel giorno aveva dentro di sè una tensione legata alla gelosia che non riusciva più a gestire. Un raptus come atto finale ingestibile, maturato però nei mesi».

Parla del disturbo della personalità di Boukssid il consulente delle parti civili, cioè Giuseppe Cupello: «Affetto da delirio secondario, non era cosciente della sua malattia. Fece dei colloqui psichitrici prima del delitto, ma invece di abbracciare le terapie farmacologiche consigliate, assume cannabis e cerca in quel modo di placare l’inquietudine, il malessere, il disagio che provava». Infine Matilde Forghieri – consulente della difesa – che evidenzia come vi fosse nell’imputato a monte una patologia che l’ha portato all’omicidio, il che esclude la premeditazione.

Nella prossima udienza verranno sentiti i familiari della vittima e i soccorritori intervenuti quel tragico giorno d’estate di due anni fa.

T.S.

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