Maxi truffa allo Stato Gli Oppido si difendono «Mai inviati quegli atti»
reggio emilia. Il processo Grimilde ha virato ieri – con la testimonianza del capitano Valter Colasanti (Dda Bologna) – sulla clamorosa vicenda conosciuta come affare Oppido e per l’accusa consistente in una maxi frode (da oltre due milioni di euro) al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.
Nello specifico, sulla base di una sentenza falsificata che attestava un inesistente diritto risarcitorio, il Ministero accreditò a luglio del 2010 quella maxi somma a una società riconducibile alla famiglia Oppido, imprenditori edili calabresi da anni trapiantati nel Reggiano. La sentenza taroccata viene descritta dagli inquirenti come indicante il numero 2557 e la data del 10 luglio 2007, apparentemente emessa dalla Corte di appello di Napoli sezione I civile. Sentenza fasulla notificata il 21 aprile 2010 alla parte apparentemente soccombente (cioè il Ministero), anche fornendo dati utili per la sua esecuzione.
Per questa vicenda, già 8 imputati sono stati condannati a Bologna nel rito abbreviato, mentre nel giudizio ordinario in corso a Reggio Emilia figurano alla sbarra i due Oppido, il padre Gaetano (72 anni) e il figlio Domenico (45 anni), entrambi difesi dall’avvocato Antonio Piccolo.
E dal racconto del teste emergono una serie di particolari: la sentenza campana (poi taroccata) rimandava ad altri soggetti e ad un altro oggetto (l’esproprio di un terreno per far sorgere una caserma dei vigili del fuoco); la macroscopica contraddizione nella sentenza che riportava come emissione luglio 2007 e un anno prima (agosto 2006) come deposito in cancelleria; il conto su cui finirono quei due milioni venne ben presto svuotato; uno degli imputati già condannati si spacciava per avvocato e lavorava nell’ufficio ministeriale che emise il mega pagamento; quei soldi avevano fatto giri vorticosi, con persino una valigetta contenente 200mila euro che venne persa all’aeroporto di Malpensa per poi essere ritrovata e restituita senza aprirla. Ma quando durante la deposizione vengono mostrati la lettera (inviata dall’ufficio postale di Cadelbosco Sopra) giunta al Ministero con cui s’indicava il conto bancario su cui effettuare il maxi accredito e tre fax dello stesso contenuto, ecco che Domenico Oppido (poi raggiunto dal padre) ne disconosce la firma del genitore ed altri aspetti che per gli investigatori riconducono alla ditta “Oppido Gaetano & C. srl”. E l’avvocato Piccolo ha annunciato che chiederà la perizia calligrafica su quei documenti.
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