Addio a Tarquini il magistrato che indagò su Bellini terrorismo e mafia
Pm a Reggio, poi procuratore capo a Parma e Brescia Dopo la pensione ha lavorato come avvocato in città
Jacopo Della Porta
REGGIO EMILIA. Come magistrato si è occupato in prima persona di scottanti vicende di cronaca, criminalità economica, mafia e terrorismo (rosso e nero) che hanno segnato la storia del nostro Paese.
Giancarlo Tarquini, scomparso all’età di 82 anni, ha legato il suo nome a casi come quelli di Paolo Bellini, il sequestro Soffiantini (che andò avanti per 237 giorni tra il 1997 e il 1998), l’indagine Bipop Carire e tante altre inchieste, dall’omicidio della 14enne Desirè Piovanelli, a quello della pakistana Hina Saleem.
Tarquini, dopo una carriera in magistratura lunga 43 anni, durante la quale ha scritto pagine investigative importanti su fatti di cronaca nera rimasti nella memoria collettiva nazionale, nel dicembre del 2010, all’età di 70 anni, andò in pensione.
«Lascio una professione alla quale ho dedicato la mia vita, ma non per le gratificazioni che poteva darmi, bensì per raggiungere fini di giustizia, nell'interesse della società, dei cittadini. E credo che ciò sia avvenuto – disse in quella occasione intervistato dalla Gazzetta di Reggio - Ho dato tutto me stesso, ho pagato lo stress con un infarto. Ma non voglio passare da eroe: era doveroso farlo per raggiungere risultati positivi, visto il compito d’alto significato assegnatomi».
Dopo le prime due “tappe” (pretore a Pavia e sostituto procuratore a Parma), per Tarquini iniziò nel 1970 il primo incarico duraturo e proprio nella sua Reggio.
Diciannove anni molto intensi, “marchiati” dal terrorismo, da un criminale di primo livello come Paolo Bellini, da un omicidio che scosse le coscienze come quello di Alceste Campanile.
Tarquini fu tra i primi a sospettare che dietro a Roberto Da Silva ci fosse proprio Bellini. Erano anni sicuramente molto caldi sul fronte del terrorismo. «L’appartamento, Reggio culla del terrorismo - ricordò anni dopo - Anni difficili, emisi un ordine di cattura nel 1972 per le rapine di esproprio popolare, con nel mirino figure del calibro di Renato Curcio, Alberto Franceschini, Fabrizio Pelli. Gli arresti arrivarono nel 1974 ed ottenni la prima sentenza di condanna a 10 anni di reclusione contro le Br. Non posso dimenticare gli interrogatori a Curcio: mi colpì la sua preparazione politica. Erano anni in cui c’era un filo sottile che divideva fra la scelta della clandestinità per seguire idee criminali e la vita politica attiva».
Dopo Reggio Emilia tornò a Parma come procuratore capo e infine approdò a Brescia dove ha seguito le indagini su numerosi casi che hanno avuto la ribalta dei media nazionali, tra cui gli omicidi dei coniugi Donegani e il delitto Gatti, oltre ai già ricordati casi Hina e Desirè. Interrogò anche il fondatore del pool Mani Pulite, Antonio Di Pietro, per il quale fu chiesto il rinvio a giudizio per concussione e abuso d’ufficio, ma il gip lo prosciolse.
Quando il procuratore capo Italo Materia lasciò il suo incarico sarebbe potuto tornare a Reggio, ma preferì non farlo per non creare incompatibilità con il figlio Giovanni, che è avvocato in questo foro.
La toga reggiana viene ricordata per la sua grande integrità e scrupolosità. Era di poche parole e non cercava i riflettori, ma non si risparmiava quando si trattava di dare il suo contributo sui temi della giustizia.
Dopo la pensione ha lavorato a Reggio Emilia come avvocato.
Insieme al figlio Giovanni ha difeso, tra gli altri, Pietro Fontanesi, assolto nel 2014 dall’accusa di aver ucciso il dottor Carlo Rombaldi nel 1992.
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