Sanità in affanno «Servono soldi e più laureati contro le fughe»
Il virus stressa il personale e incentiva il passaggio al privato Puglia (Cgil): «Stabilizzati i precari del Covid ma non basta»
Enrico Lorenzo Tidona
REGGIO EMILIA. «C’è un problema di tenuta dei servizi della sanità. Per questo sono in via di stabilizzazione da parte della Regione Emilia-Romagna parte dei 7mila precari che erano stati assunti per il Covid. Ma se non arriveranno le risorse attese dallo Stato o non ci sarà una riorganizzazione anche nella nostra Regione si rischia di mettere in disequilibrio quello che viene considerato come un modello della sanità italiana». La sanità reggiana sconta un’emorragia di medici di famiglia, specialisti negli ospedali piuttosto che infermieri. Ma è un male comune a tutta la regione e curabile solo con una rivoluzione in termini di soldi e nuovi piani. Perché l’emergenza Covid è una zavorra che assorbe risorse e personale, bloccando servizi ospedalieri e che ha visto degradare i rapporti tra operatori sanitari e utenza. Fatti tutti chiari nella testa di Mauro Puglia, segretario regionale della Funzione Pubblica della Cgil, che raccoglie tensioni crescenti tra gli iscritti che lavorano nella sanità in regione.
Puglia, perché questa carenza cronica di personale?
«Ci sono diversi problemi, questo è innegabile. C’è un problema di scuole di formazione e università: siamo ancora nel mondo dei numeri chiusi e qui qualche intervento deve essere fatto. I vuoti di organico scontano infatti la scarsità di persone in arrivo dal sistema di formazione. Non solo medici, qui siamo a corto anche di infermieri e tecnici».
C’è chi lamenta ad esempio uno spostamento di operatori sanitari verso le strutture più grandi. È vero?
«Diciamo che c’è un problema di reperimento di personale in via generale, con una rincorsa alle assunzioni da parte delle aziende sanitarie per coprire le necessità locali. Questo ha portato anche a spostamenti considerevoli da una Regione all’altra. Un esempio c’è stato durante il periodo Covid: in cui alcune regioni hanno allungato il periodo dei contratti a tempo determinato per attrarre operatori sanitari e medici da territori limitrofi».
Chi ha attratto di più?
«In piena pandemia la Regione Toscana faceva contratti a tempo determinato più lunghi rispetto ai nostri e questo aveva fatto spostare molti operatori da Bologna. È lecito, ma a discapito magari del vicino».
L’emorragia avrà fine?
«Guardi abbiamo appena fatto un importante accordo ore per stabilizzare i precari del Covid: chi matura i 36 mesi di contratto entro il 2022 potrà avere il posto fisso. Qualche migliaio dei 7mila tra medici, infermieri, tecnici assunti potranno essere stabilizzati».
Il turnover verrà rispettato?
«La Regione ha comunicato un rallentamento delle sostituzioni dei turnover anche se le percentuali sono ancora alte. La stabilizzazione che è stata decisa ora è un bel segnale ma se guardi la mole delle attività nell’ultimo anno e mezzo e il loro effetto sulle aziende e i posti di lavoro, questo crea certamente preoccupazione».
Colpa del Covid?
«Beh, parliamo di personale che da un anno e mezzo vive costantemente sotto pressione. Il sistema sanitario adesso ha la necessità di recuperare le attività sospese, le prestazioni diagnostiche, riducendo le liste di attesa e mantenendo un’offerta adeguata sui servizi sanitari. La situazione è però complessa perché sono state aggiunte incombenze che hanno richiesto ulteriori sforzi. Basti pensare alle vaccinazioni e ai servizi legati al Covid, come le Usca e a chi è stato messo a fare le indagini epidemiologiche».
Ci sono migrazioni di medici verso la sanità privata?
«Sì, dei medici ma non solo. C’è l’idea che nel privato il nostro personale possa essere meglio valorizzato. I medici pubblici possono avere la libera professione ma sta di fatto che lavorare ora in ospedali dove si affronta anche l’emergenza pandemia ha inciso parecchio sulle scelte delle persone negli ultimi tempi».
Anche il logorio nei rapporti sta incidendo?
«Gli operatori sono sotto pressione da tempo. Il paradosso poi è che c’è stato un aumento di lavoro ma il mancato rifinanziamento dei fondi contrattuali potrebbero portare a emolumenti inferiori rispetto al 2019. Quindi questi stessi operatori, che sono considerati degli eroi, devono scontare aggressioni e minacce crescenti da parte gli utenti. Basta vedere le scritte minacciose fatte al centro vaccinale di Ferrara o agli atteggiamenti sempre più aggressivi in giro: a Bologna hanno danneggiato le macchine dell’Usca e a Mirandola tagliato delle gomme ai vaccinatori. Se si vuole essere attrattivi bisogna che le risorse previste in Finanziaria vadano alla valorizzazione del personale e al reclutamento, puntando su sanità pubblica estesa ed efficiente, formula che paga come dimostrato durante il Covid da regioni come Emilia-Romagna e Veneto, mentre la Lombardia era più in affanno».
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