Il paradosso dei migranti che lavorano regolarmente, dovrebbero dare migliaia di euro allo Stato
Basta guadagnare poco meno di 6.000 euro lordi per uscire dal programma d’accoglienza, lo Stato rivuole tutti i soldi
REGGIO EMILIA. La gestione dei richiedenti asilo si sta complicando. Nella nostra provincia sono una cinquantina su un totale di 800 o 900 quelli che, avendo trovato un’occupazione regolare, hanno perso i requisiti dell’accoglienza e, quindi, l’assegno giornaliero di 34,80 euro con cui le cooperative sociali fornivano loro vitto e alloggio lasciandogli in tasca quanto bastava per le piccole spese.
Per giunta essi dovrebbero restituire allo Stato gli arretrati, dal momento che i controlli sono stati compiuti dalla Prefettura a partire dallo scorso agosto, spesso molto tempo dopo l’inizio dell'attività lavorativa. Si arriva così a cifre anche superiori a 20 o 30mila euro, che i debitori non possono pagare e probabilmente non pagheranno mai.
Il fatto è che basta superare il reddito annuo di 5.983,64 euro lordi, corrispondente all’assegno sociale minimo, per essere esclusi dal progetto d’accoglienza e dal relativo sussidio. Con pochi mesi di lavoro precario e mal retribuito, ma regolare, si supera facilmente tale limite. Perciò tanti preferiscono il lavoro nero. Proprio i più onesti incappano nella tagliola, perdendo in primo luogo l’alloggio e finendo in una condizione che li induce ad accettare il sovraffollamento in abitazioni abusive o senza un valido contratto di locazione.
La denuncia di questa situazione problematica viene dalle associazioni Città Migrante, Avvocato di strada, Partecipazione, La nuova luce, Gruppo laico missionario e Passaparola, insieme alle cooperative sociali direttamente impegnate nei progetti di accoglienza straordinaria: La Vigna, Vivere la Collina, La Quercia e Papa Giovanni XXIII.
Le associazioni che tutelano i richiedenti asilo offrono loro anche l’assistenza legale per contestare il taglio degli assegni. I provvedimenti a loro carico sono decisi in base all’articolo 23 del decreto legislativo numero 142 del18 agosto 2015 (il cosiddetto decreto accoglienza), che equipara il reddito idoneo al sostentamento all’assegno sociale minimo. Si tratta di meno di seimila euro lordi, che non consentono neppure a un italiano, tanto meno a uno straniero, di sopravvivere al costo della vita esistente nel Nord Italia.
Il superamento di tale soglia comporta in teoria anche il rimborso degli arretrati. «Viene richiesto – precisa Città Migrante – il costo intero del progetto di accoglienza, e non solo il pocket money e il cibo direttamente versato al beneficiario. Questo significa che i migranti, che vengono revocati, si trovano senza una casa e costretti a pagare l’accoglienza con un debito che varia dai 20, 30, 40, 50 mila euro nei confronti dello Stato».
È una condizione che penalizza proprio coloro che, grazie alle capacità e all’impegno, sono riusciti a farsi accettare e a inserirsi nella società reggiana. Sono i casi di integrazione, nei quali i progetti d’accoglienza sono andati a buon fine, ma che s’accompagnano alla perdita almeno di un’abitazione degna di questo nome.
La maggior parte delle richieste d’asilo si trascina fra le maglie della burocrazia per molto tempo, anche per tre o quattro anni. Per gli stranieri che restano in Italia, regolari o irregolari, il maggiore problema è quello abitativo. «Trovare un alloggio o una casa in affitto – spiega Città Migrante – è sempre più difficile. E mentre si sono svuotate le ex Officine Reggiane, lavorando affinché le persone fossero inserite in progetti di accoglienza, dall’altra parte, senza farsi carico della precarietà e del disagio abitativo che si vive a Reggio Emilia, la Prefettura ha messo alla porta chi si sta costruendo una vita nella nostra città, ancora con una precarietà documentale (iter della richiesta asilo in corso), ma soprattutto chi a Reggio Emilia ancora non trova una sistemazione adeguata».
Le associazioni chiedono quindi che l’Amministrazione comunale «si faccia portavoce con la Prefettura di queste problematiche, affinché il richiedente asilo esca dal progetto di accoglienza solo nel momento in cui gli sia possibile avere un alloggio adeguato e sicuro e che si sospendano immediatamente le ingiunzioni di pagamento».
Città Migrante si appella all’orientamento dell’Unione Europea «che – afferma – si pone fra i suoi obiettivi che nessuno debba lasciare un’istituzione (in questo caso quindi la struttura di accoglienza) senza che gli sia offerto un alloggio adeguato. La normativa europea risulta essere più accogliente rispetto a quella recepita dal decreto italiano: prevede, infatti, un sistema graduale di limitazione delle misure assistenziali. Questo eviterebbe nuove povertà abitative, che sappiamo essere già molte e complesse anche nella nostra città. Si tratta di una responsabilità che riguarda la comunità intera».
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