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«Chi mette a rischio la vita altrui non dovrebbe poter patteggiare»

E.Spa.

La deputata M5s Maria Edera Spadoni, vicepresidente della Camera è stata fra le principali promotrici dell’introduzione del Codice Rosso 

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L’INTERVISTA

«Dopo un arresto per violazione del divieto di avvicinamento non dovrebbe poter esserci un patteggiamento. Stiamo preparando nuove mozioni, che presenteremo in occasione della Giornata contro la violenza contro le donne, per capire a livello normativo come poter evitare che questo accada. Sono sicura che troveremo massima disponibilità nel ministero di Grazia e Giustizia». È categorica la parlamentare M5s, Maria Edera Spadoni, vicepresidente della Camera, commentando il femminicidio di via Patti: una tragedia annunciata, avvenuta nonostante le denunce della vittima, tanto da spingere a chiedersi come sia stato possibile che Genco fosse libero dopo due arresti. Spadoni è stata fra le principali promotrici del Codice Rosso, che ha inasprito le pene per reati contro le donne, accelerando i percorsi delle denunce e creando nuove fattispecie. Ed è stata prima firmataria del ddl per la ratifica della Convenzione di Istanbul sulla lotta contro la violenza nei confronti delle donne.

Spadoni, non crede che il sistema giustizia abbia mostrato una pericolosa falla? Servono leggi più dure?

«C’è una falla, ma non del Codice Rosso, dove sono state inasprite le pene, dove è stata introdotta la possibilità che la donna venga sentita quanto prima e dove abbiamo inserito nuovi reati, come i reati di sfregio o il revenge porn. Secondo me in questo caso il problema principale è stato il patteggiamento, che non può esistere se infrangi la legge e sei un rischio per un altro essere umano».

Genco aveva violato il divieto di avvicinamento. Crede sia una misura efficace?

«Su questo tema io sono favorevole al braccialetto elettronico, misura usata recentemente anche dal Tribunale di Parma: un doppio dispositivo, uno per la persona denunciata e uno per la persona offesa, tutelando così la vittima e permettendo di non restringere troppo la libertà di circolazione dell’indagato. Il legislatore può fare leggi a tutela delle donne, può inasprire le pene, ma occorre dire che è responsabilità anche di chi pronuncia le condanne rendersi conto che c’è un allarme sociale e che le donne devono essere tutelate e protette».

E.Spa.

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