«Non si può credere che un uomo rinsavisca dopo una sola seduta»
Il legale Giovanna Fava: «Il Codice rosso è carente sulla protezione delle donne» L’incontro una settimana fa: «Era felice, era una di quelle che ce l’hanno fatta»
Ambra Prati
reggio emilia. «Non si può pensare che un uomo sia rinsavito all’improvviso perché ha svolto una seduta in un centro specializzato». L’avvocato Giovanna Fava – da sempre in prima linea sul tema violenza contro le donne, è stata tra i feriti della sparatoria in tribunale il 17 ottobre 2007 quando una causa di divorzio finì nel sangue con tre morti – conosceva Juana Cecilia per averla seguita nelle pratiche civilistiche relative al rapporto con il compagno italiano.
«Per me Cecilia era una di quelle donne che ce l’aveva fatta. Un caso risolto per il meglio – ha raccontato il legale ieri mattina in Comune per la presentazione del 25 novembre –. Quando i carabinieri mi hanno informato dell’accaduto mi sono sentita svenire. Sono molto addolorata».
L’avvocato ha incontrato Cecilia una settimana prima. «La seguivo per la relazione precedente con il reggiano, padre di suo figlio, che l’aveva lasciata oltre un anno fa. Avevamo regolato le modalità di visita del bambino e la questione del mantenimento. Cecilia era felice: il piccolo era stato preso all’asilo, la madre (arrivata tre mesi fa dal Perù) e una rete di amiche la aiutavano, un mese fa aveva trovato un lavoro regolare e le difficoltà economiche parevano alle spalle. Rimaneva un problema: cercava un altro appartamento perché in via Melato l’affitto era troppo elevato (700 euro), perciò ho fatto qualche telefonata per darle indicazioni nella ricerca di una nuova casa». A parte quest’ultimo tassello «l’avevo vista felice e soddisfatta. Le fotografie non le rendono giustizia: Cecilia non solo era molto bella, ma anche istruita, piena di energie e propositiva».
Difatti la 34enne era arrivata nella nostra città per motivi di studio, con l’obiettivo di laurearsi in lingue straniere. Un obiettivo raggiunto. Nel frattempo dalla relazione con il reggiano, ben presto naufragata, era nato il figlio che per lei era diventato una ragione di vita.
Della relazione successiva con Mirko Genco, 24 anni, lo stalker tramutatosi in omicida, Cecilia parlava poco. «Lei si sentiva a posto; quel rapporto, del resto molto breve, era concluso». Data l’insistenza dell’innamorato che non si rassegnava alla parola fine, su consiglio dell’avvocato «Cecilia aveva attivato il Codice Rosso e compiuto i passi previsti dalla legge».
Eppure non è bastato per evitare un esito tragico. «Il Codice Rosso attiva la prevenzione, in questo caso però è mancata del tutto la protezione. La falsità insita nel Codice Rosso è che sia sufficiente l’intervento in emergenza in tempi rapidissimi; ma se accanto all’intervento si trascura la protezione il meccanismo, come è evidente in questo caso, non funziona – ha proseguito Fava –. Non può bastare che un molestatore affermi di essere in cura in un centro per uomini maltrattanti; per questo motivo (e per aver patteggiato la pena inferiore a due anni subordinata al percorso di recupero) Genco è tornato pienamente in libertà».
Alla domanda quale può essere la soluzione e se bisognerebbe modificare la legislazione, l’avvocato ha replicato: «Le leggi ci sono, il problema è l’applicazione. Accanto al consueto iter giuridico a mio avviso bisognerebbe prolungare la protezione a tutela delle donne, ad esempio conservando le misure protettive. Mentre per quanto riguarda i violenti non è sufficiente punire e non ci si può fidare delle loro asserzioni: occorrerebbe attendere che il percorso di recupero sia concluso».
Ora il legale si sta occupando, insieme al legale del papà, del figlio di Cecilia. «Stiamo cercando una soluzione condivisa per far crescere il piccolo il più serenamente possibile».
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