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La versione di Bellini «Io, infiltrato nell’Msi per conto di Almirante»

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La versione di Bellini «Io, infiltrato nell’Msi per conto di Almirante»

Al via l’interrogatorio della Primula Nera nel processo sui mandanti del 2 agosto «Nonostante l’accusa di questo delitto infame, resto collaboratore di giustizia»

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Evaristo Sparvieri

Bologna. «Premetto che ero infiltrato per conto del senatore Mariani dell’Msi e di Almirante, per cercare di sapere se c’erano persone collegate all’estremismo duro, perché la politica di Almirante si stava incamminando verso una destra diversa. Siamo nel 1971-72. Lo scopo era informarsi per vedere e capire se c’erano persone facinorose e collegamenti con l’estremismo. Se si fosse arrivati al terrorismo io sarei dovuto arrivare fino a là, siamo nel 1971-72, Mariani e Almirante erano preoccupati per l’estremismo che si stava formando nella destra». E poi: «Nonostante mi abbiate accusato di questo delitto infame, io rimango un collaboratore di giustizia, non ho interesse ad andare contro di voi. Voi siete convinti di una cosa, io di un’altra». Parla per sei ore la Primula Nera reggiana, Paolo Bellini, accettando anche di farsi riprendere in volto. E racconta retroscena della sua vita privata e numerosi episodi della sua lunga carriera criminale, provando a smarcarsi dall’etichetta di esponente di Avanguardia Nazionale, di cui ammette comunque i contatti. È il giorno dell’interrogatorio per Bellini, imputato per concorso in strage nel processo mandanti sull’attentato del 2 agosto.

Un interrogatorio che ha preso il via ieri mattina, destinato a proseguire nell’udienza di domani, facendo così slittare la testimonianza dei suoi familiari, che dopo aver deposto a luglio facendo incrinare il suo alibi sono stati citati nuovamente come testimoni dai difensori della Primula Nera, Manfredo Fiormonti e Antonio Capitella.

L’infiltrazione nell’Msi, il delitto Campanile, gli attentati giovanili al Capriolo o all’avvocato Vezzosi, la latitanza in Brasile con il falso nome di Roberto da Silva, il difficile rapporto con il padre Aldo.

«Bellini risponderà per tutti i fatti riferibili al suo capo di imputazione fino al 1980», avvertono per prima cosa i suoi legali, avvisando che la Primula Nera ha scelto di non parlare della trattativa Stato-Mafia e del suo ruolo di killer per la ’ndrangheta. Una decisione di cui prende atto la corte, presieduta da Francesco Maria Caruso, sebbene durante l’interrogatorio non manchino rapide incursioni ai delitti degli anni ’90 e alla sua infiltrazione in Cosa Nostra.

La difesa, prima dell’interrogatorio, deposita numerose sentenze, non solo su processi che hanno visto Bellini imputato, ma anche su procedimenti innescati dalle sue dichiarazioni come testimone nel 1999 e collaboratore di giustizia nel 2005. È la carta difensiva giocata per dimostrare la «genuinità» della collaborazione, un tasto su cui batterà spesso anche la Primula Nera («Quando si collabora si dice tutto, senza nascondere niente»), da cui partono le domande del sostituto procuratore generale, Nicola Proto, che riesce a mettere Bellini in difficoltà su specifici temi di prova, mostrando in controluce punti deboli e contraddizioni nel suo racconto.

«Io sono detenuto in detenzione domiciliare da parecchi anni – esordisce la Primula Nera descrivendo la sua attuale situazione con la giustizia – Fine pena? Adesso non ricordo bene, a cavallo del 2032-2033, se ci arrivo...». A tratti, Bellini mostra quella vena che ne ha contraddistinto le deposizioni da teste nei processi sui principali misteri italiani. Ma non mancano momenti di affanno e qualche «non ricordo», anche legati a una condizione fisica che snocciola quasi subito come precaria, arrivando in un paio di circostanze a chiedere di fermare l’udienza per riprendersi. Come quando parla del delitto di Alceste Campanile, dove ammette tutta la sua difficoltà.

Un giro di armi ed esplosivo provenienti da Massa. E il legame di Bellini con nomi di esponenti di Avanguardia Nazionale sempre di Massa come Giulio e Pietro Firomini, con personaggi legati alla destra parmigiana come Franca Tanzi e Piercelso Mezzadri o Fulvio Caggetti. Bellini ripercorre le tappe di quella che ha definito un’infiltrazione voluta da Mariani e dal padre Aldo per conto di Almirante, infervorandosi quando si cita Guido Boiardi (che dichiarò di aver ricevuto per conto di Bellini dell’esplosivo nel 1976, che – secondo la Primula Nera – lui aveva invece rifiutato del tutto per non avere guai) ma per l’accusa non arrivando del tutto a chiarire come si siano conciliati i suoi esordi criminali con il suo ruolo dichiarato di infiltrato antiestremismo, a partire dalla segnalazione per l’attentato alla sede reggiana del partito di destra, per il quale andrà a processo l’allora segretario della Giovine Italia, Roberto Leoni, che grazie alla testimonianza di Bellini sarà scagionato.

È il doppio binario su cui posano le domande della Procura generale, che nel proseguire l’interrogatorio ricorda la visita di Bellini in Spagna dall’avanguardista Piero Carmassi o il passaporto falso utilizzato per la latitanza in Sudamerica dopo il tentato omicidio di Paolo Relucenti, spasimante della sorella: un documento già usato dall’ordinovista Elio Massagrande. Episodi ai quali Bellini risponde descrivendo una biografia criminale dalla quale tenta il più possibile di lasciare fuori la politica, come se fossero per lo più fatti personali o familiari, indicati come tentativi di rifarsi una vita. «Il medico mi aveva detto di non venire e che mi avrebbe fatto un certificato, ma questo processo non si deve fermare – confessa la Primula Nera –. Sarebbe stato facile chiedere di fermarlo quando ho avuto il Coronavirus, ma io voglio che vada avanti perché deve essere accertata la verità».

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