Le ammissioni su Campanile «Eravamo cresciuti insieme»
Ripercorse le fasi che portarono all’uccisione dell’esponente di Lotta Continua «Sarei tornato indietro di corsa. Penso che Alceste mi abbia segnato»
bologna. «Sarei tornato indietro di corsa. Penso che Alceste mi abbia segnato». Prima dice di non saperlo spiegare. Poi, incalzato dalle domande della Procura Generale, aggiunge di aver avuto il timore di non essere del tutto creduto: «Gli elementi delle prove chi li trova? Tanto è vero che poi alla fine per Alceste nessuno è stato portato a processo». Il delitto di Alceste Campanile, esponente di Lotta Continua ucciso la sera del 12 giugno 1975, poco prima delle Amministrative. È stato il momento in cui la Primula Nera reggiana, Paolo Bellini, ha mostrato maggiormente segni di sofferenza. Il tono di voce che si abbassa prelude alla sua richiesta di interrompere l’esame per qualche minuto. La Procura Generale ha chiesto a Bellini come mai abbia cambiato la sua versione del delitto fra il 1999 e il 2005: la prima volta, da testimone di giustizia, lo ha raccontato come un fatto privato e personale, legato a un tentativo di Campanile di bruciare la sua casa e all’incontro casuale mentre faceva l’autostop; la seconda, invece, da collaboratore, ha esteso le responsabilità anche a esponenti dell’estrema destra dell’epoca, descrivendo il delitto come maturato – e approvato – negli ambienti di Avanguardia Nazionale. «Non glielo so spiegare», tentenna la Primula Nera. È la prima volta che Bellini parla di Campanile a un dibattimento, come nota Caruso. «Con la collaborazione non puoi lasciare indietro niente – ripete Bellini –. Quando si collabora bisogna dire tutto quello che hai fatto, non ti puoi tenere le riserve».
E allora Bellini ripercorre i legami con Piercelso Mezzadri, una vecchia conoscenza della Primula Nera, tirato in ballo in passato dallo stesso Bellini proprio nel processo per l’omicidio del 22enne Campanile: un processo dal quale Mezzadri venne scagionato, con un’archiviazione nei suoi confronti stabilita a fine 2008 al pari delle posizioni di Roberto Leoni, Piero Firomini e Franca Tanzi. Per il giudice non vi furono riscontri oggettivi al racconto di Bellini, che sempre sul delitto Campanile – confessato a decenni di distanza – vide calare la scure della prescrizione: un omicidio il cui movente politico è entrato più volte nel processo mandanti, su cui si è tornati a parlare anche ieri.
Bellini ha confermato l’impianto di quanto detto nel 2005, raccontando minuziosamente le fasi del delitto già passato al vaglio della magistratura. Dice che temeva una nuova tragedia di Primavalle, che inizialmente non doveva essere l’autore del delitto, ma doveva trovare solo un luogo idoneo e che da una lezione a bastonate si è passati al piano delittuoso. «Campanile me lo portavo da anni, dal 1975, avendo vissuto insieme da ragazzini, giocavamo insieme. Era un bravo ragazzo, ma anch’io. Era determinato, un leader. Siamo cresciuti insieme, in me c’era sempre questo richiamo non ero contento di avere fatto quello che ho fatto con Alceste». La Procura gli fa notare il cambio di versione anche nel delitto di Graziano Iori, sempre dal 1999 al 2005, questa volta tenendo “coperto” il lato che avrebbe portato alla trattativa Stato Mafia. «Mezze verità», afferma l’accusa.
Episodio in cui Bellini svela un retroscena: un tentativo di impiccagione, fra l’1 e il 2 febbraio 2005: «Mi volevano cucire un vestito addosso», spiega riferendosi ad articoli sui suoi legami con i servizi segreti, che la Primula Nera ha sempre negato.
E.Spa.
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