L’omicida si registra mentre la strangola Nell’audio l’ultima ora di vita di Cecilia
Dal cellulare di Genco spunta un file che si interrompe prima delle coltellate. La vittima soffocata ripete: «No, no, no»
Ambra Prati
reggio emilia. Il «no» ripetuto almeno tre volte da Juana Cecilia Hazana Loyza, 34 anni – la mamma uccisa nella notte tra venerdì e sabato nel parco di via Patti dall’ex stalker trasformatosi in aguzzino – alla proposta di fare sesso è stata registrata dal suo assassino. È l’ultimo colpo di scena di un femminicidio che continua a riservare sorprese. La registrazione, a detta dell’omicida, serviva per tutelarsi contro eventuali altre denunce da parte di lei: ma ora quel file audio lo incastrerebbe, visto che comprova come Cecilia l’abbia respinto e come questo abbia scatenato la terribile reazione di lui, che la strangola mentre si abbassa i pantaloni.
L’audio è spuntato dal cellulare di Mirko Genco, parmigiano di 24 anni, che la mattina seguente, dopo la scoperta del cadavere alle 9.34 nel parco (grazie al cellulare della vittima che continuava a squillare con insistenza), è stato prelevato dai carabinieri al lavoro. In una confessione fiume Genco, dietro ad una maschera di lucidità, ha ammesso tutto: alle 22 di venerdì, vedendo su Instagram due “storie” di Cecilia intenta all’aperitivo con amici all’Hot Chili ha preso un taxi da Parma a Reggio, è piombato nel locale, si è offerto di riaccompagnarla a casa a piedi e dopo un lungo giro si sono fermati nel parco: lì «brutte parole» di Cecilia hanno scatenato la sua ira, lui l’ha colpita, ha tentato di strangolarla, poi ha preso le chiavi di casa dalla borsetta, è andato nell’appartamento di via Melato (dove dormivano nonna e figlio), ha afferrato il coltello da cucina ed è tornato al parco per sopprimere «la mia donna», come continua a definirla. Ha ammesso tutto, l’omicida, tranne la violenza sessuale che il pm Maria Rita Pantani gli ha contestato: un «rapporto consenziente», secondo il 24enne, un abuso su una donna incosciente e incapace di difendersi, secondo l’accusa.
Dal telefonino dell’uomo è emerso un audio lunghissimo – ben 53 minuti – che ha registrato l’ultima ora di vita della vittima, dall’uscita del locale fino al parco. Nella registrazione «si udiva la vittima che, in tono rallentato, gli intimava di andarsene varie volte, che non lo voleva, non lo amava. Genco le diceva “sei ubriaca”».
Seguono quindici minuti di silenzio, i rumori aumentavano e si udiva lei dire «no». Lui le proponeva di fare sesso. «Due no da parte di lei, l’ultimo dei quali in tono più basso»: è a questo punto, desumono gli inquirenti, che Genco iniziava stringere le mani intorno al collo poiché Cecilia emetteva un «gorgoglio» come se stesse soffocando. «Si sentiva un rumore di fibbia di cintura, un ansimare da parte dell’uomo mentre si sentivano altri gorgoglii e rumori di soffocamento».
Una interpretazione che fa il paio con l’ispezione cadaverica eseguita nell’immediatezza secondo la quale «sotto la gonna i collant non erano del tutto ricomposti e vi erano delle foglie sulle gambe nella parte anteriore», come se la donna fosse stata «denudata e rivestita».
Certo l’audio non basta a confermare la violenza sessuale, se non arriveranno altri riscontri dall’autopsia. Ma il punto fermo è che il raptus omicidiario sia scaturito dal diniego della vittima e dal suo netto rifiuto di concedersi.
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