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Omicidio di via Patti a Reggio Emilia, l’autopsia conferma le due coltellate: nei telefonini le ultime risposte

Ambra Prati
Omicidio di via Patti a Reggio Emilia, l’autopsia conferma le due coltellate: nei telefonini le ultime risposte

Lunedì l’accertamento tecnico irripetibile sui due cellulari Prima del delitto raffica di sms e chiamate dall’assassino

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Ambra Prati

reggio emilia. Un accertamento tecnico irripetibile sui cellulari della vittima e dell’assassino, in cerca di risposte definitive. È questo il prossimo passaggio dell’inchiesta sull’assassinio di Juana Cecilia Hazana Loayza, 34 anni, ammazzata dal suo ex e stalker Mirko Genco, 24 anni, detenuto per i reati di omicidio volontario pluriaggravato e per violenza sessuale aggravata. Nella confessione fiume il 24enne, difeso dall’avvocato Alessandra Bonini, ha ammesso tutto tranne la violenza (un rapporto consenziente, a suo dire), mentre l’accusa ritiene che il 24enne abbia ucciso proprio perché le sue avances sono state respinte, come dimostrerebbe il file audio che l’omicida ha registrato sul cellulare, immortalando gli ultimi 53 minuti di vita di Cecilia.

L’autopsia sul cadavere si è svolta giovedì scorso: un esame autoptico, conclusosi in tarda serata. Il dottor Vittorio Gatto, consulente della Procura (difesa e familiari hanno rinunciato a un consulente di parte), ha stabilito che la giovane è stata uccisa con «almeno due fendenti penetranti e trasversali» alla gola – e non un’unica coltellata come ha riferito l’omicida – «utilizzando un coltello da cucina della lunghezza complessiva di 22 centimetri di cui 11.5 di lama». Quel coltello che Genco, prendendo le chiavi dalla borsetta mentre Cecilia era agonizzante a terra per un tentativo di strangolamento, è andato a prendere nell’abitazione di lei dove dormivano il figlio di un anno e nove mesi e la nonna. Quest’ultima ha confermato di aver udito, verso le 3, dei rumori, pensando che fosse la figlia che rincasava; e ha riconosciuto il coltello come uno di quelli presenti sul tavolo della cucina. Del resto su questo punto non c’erano dubbi: Genco, fermato dai carabinieri, «presentava sotto le unghie e su alcune dita della mano destra tracce di sangue», nonostante si fosse lavato. Massimo riserbo – il medico legale ha sessanta gironi di tempo per depositare l’analisi – sugli altri riscontri richiesti dal pm Maria Rita Pantani, in particolare sulla presenza di tracce biologiche o lesioni riconducibili all’abuso sessuale.

Il prossimo accertamento di cristallizzazione delle prove, riguardante i telefonini di vittima e carnefice, ha l’obiettivo provare che il reo confesso sta mentendo sulla reciprocità del rapporto: a suo dire lei avrebbe accettato di essere riaccompagnata a casa di sua spontanea volontà, così come i contatti tra i due non si sarebbero mai interrotti. L’esame immediato del cellulare di Genco ha consentito di verificare come all’interno «vi fossero numerosi messaggi, anche vocali, su WhatsApp» – e qui cade la giustificazione della registrazione, secondo lui per tenere come ricordo la voce la Cecilia – , nonché ben quattordici chiamate verso l’utenza della vittima tra le ore 23.47 del 19 alle ore 1.41 del 20, ai quali costei non aveva mai risposto». L’accusa intende dimostrare che non è vero, come afferma il recluso, che lei rispondeva; così come non è vero che lei contraccambiava i baci durante la camminata sotto i portici di via Emilia San Pietro, che riprendono Cecilia mentre lo allontana; e non è vero che la relazione era ricominciata, poiché dal 4 novembre (ritorno alla libertà per Genco) «fu solo ed esclusivamente lui a mandare messaggi a Cecilia». Quella che il 24enne dipinge come un’attrazione altalenante ma corrisposta altro non era che un monologo a senso unico.

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