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Il ministro  

Cartabia: «La legge ha fallito Sono troppe le donne uccise»

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REGGIO EMILIA. «Troppe le donne uccise, troppe le richieste di aiuto non adeguatamente e tempestivamente raccolte. Una vergogna della nostra civiltà». Sono le parole di Marta Cartabia, ministro della giustizia del governo Draghi, che prende atto ufficialmente che il sistema a difesa delle donne maltrattate e troppo spesso uccise, non sta funzionando. Sono ormai 40 anni che lo Stato ha spazzato via il delitto d’onore. Gli aggiornamenti delle legge e dei provvedimenti hanno colpito più severamente i reati connessi, aumentando prevenzione e soluzioni a sostegno delle vittime. I delitti non si sono però fermati, anche a ridosso della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza sulle donne, come ricorda purtroppo l’omicidio di Cecilia Hazana a Reggio Emilia. Sono infatti 109 le donne morte dall'inizio dell’anno, l’8% in più rispetto all’anno scorso, 63 per mano del partner o dell’ex. Ora il governo sta pensando a nuove misure. «La gravità dei fatti - ha detto pochi giorni fa la ministra - chiamano le istituzioni a ripensare norme e procedure più adeguate». La violenza di genere non si corregge «solo a colpi di leggi», ma le leggi servono. Il pacchetto cui lavorano cinque ministre, e che dovrebbe arrivare sul tavolo del governo la prossima settimana, punta a interventi sul codice penale e di procedura penale per rafforzare gli strumenti di prevenzione: quindi aumento di pena per i delitti di percosse e le lesioni e procedibilità d'ufficio. E, spiega la ministra Cartabia, occorre rendere più effettive le misure per rendere più efficace l’allontanamento dalla casa familiare e il divieto di avvicinamento alla vittima, «perché troppe volte la violazione di queste prescrizioni si rivela fatale». Quindi con il Viminale si sta studiando l’estensione dell’utilizzo del braccialetto elettronico, e nel caso di rifiuto potrebbero scattare gli arresti domiciliari. Si lavorerà, ha assicurato, sulla «formazione e specializzazione» sia dei pm che dei giudici, «chiamati a prendere difficili decisioni sulla base del rischio e della pericolosità del soggetto». Come sollecitato anche dalla Commissione d’inchiesta sul femminicidio, presieduta da Valeria Valente, nella sua relazione, che dopo aver passato in rassegna i fascicoli di due anni di delitti, chiede «dove sbagliamo?». La Commissione ha preso in esame 211 procedimenti penali su omicidi compiuti da uomini tra il 2017-2018, che hanno fatto 216 vittime donne. Solo il 15% delle donne poi uccise aveva in precedenza denunciato, nel 63% dei casi non avevano parlato con nessuno delle violenze subite. Tra la criticità segnalate, infatti, «c’è una non infrequente sottovalutazione della violenza riferita o denunciata dalla donna», in alcuni dei casi considerati le forze di polizia, «evidentemente non distinguendo» tra violenza domestica e lite familiare. E anche quando c’è la presa in carico, «le soluzioni adottate penalizzano le vittime (anche minorenni), ad esempio prevedendone il collocamento in case rifugio».

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