Arresto Bidognetti, Rosaria Capacchione: «Clan dei casalesi a Reggio dagli anni ’60»
La giornalista minacciata insieme a Saviano: «La camorra è antecedente alla ’ndrangheta, ma non si è mai voluto vedere»
Ambra Prati
reggio emilia. «Il clan dei casalesi a Reggio Emilia c’è sempre stato ma, per una stranezza tutta italiana, non si è voluto vedere». Così Rosaria Capacchione, giornalista de “Il Mattino” di Napoli che ora collabora con Fanpage dopo una parentesi politica come senatrice del Pd, ha commentato l’arresto nella nostra città di Katia Bidognetti, 39 anni, figlia del boss Francesco, che durante il processo d’Appello Spartacus a Napoli nel 2008 minacciò personalmente Roberto Saviano e la cronista accusandoli di aver favorito la Procura. Katia Bidognetti è stata prelevata dai carabinieri in un’abitazione per una condanna definitiva, ma l’indagine prosegue per stabilire cosa ci facesse a Reggio la figlia prediletta e la vice del boss dei casalesi.
Ha conosciuto Katia?
«Me ne sono occupata quando è incorsa nelle vicende giudiziarie, sebbene lei sia stata coinvolta in epoca successiva rispetto al padre».
Katia è stata definita la Scianel della camorra, come il personaggio del boss in gonnella di Gomorra. Condivide questa lettura?
«No non è questo il profilo. Le donne dei casalesi non amano apparire come Scianel, pur essendo molto attive e con ruoli di comando sono più discrete, non amano farsi pubblicità».
Cosa ci faceva Katia qui? In cerca di un basso profilo o per concludere affari?
«Non credo per non dare nell’occhio, spostarsi in Emilia non significa non essere attenzionati. Le ragioni possono essere infinite: per parenti, per un nuovo compagno, per qualche detenuto in zona. O per affari, perché no».
I casalesi sono sbarcati nel Reggiano?
«Non è una novità. Tra Reggiano e Modenese sono sempre esistiti massicci insediamenti di casalesi, anche per motivi di emigrazione interna: molte famiglie oneste nel dopoguerra si sono trasferite in Toscana e in Emilia per lavoro, come manodopera qualificata nell’edilizia».
Eppure a Reggio negli ultimi anni i riflettori si sono accesi solo sulla ’ndrangheta. I casalesi fanno meno rumore?
«In realtà la presenza dei casalesi in Emilia è storicamente antecedente alla ’ndrangheta: risale agli anni Sessanta (il soggiorno obbligatorio a Quattro Castella del boss cutrese Antonio Dragone, poi sopraffatto dai Grande Aracri, risale al 1985, ndr), perché molti di loro erano detenuti nel carcere psichiatrico. Le due organizzazioni criminali hanno sempre convissuto: i rapporti di affari tra calabresi e casalesi sono antichi, documentati da ordinanze, processi e perfino “scambi” di killer. Anche i settori operativi sono comuni: droga, riciclaggio, estorsioni, appalti. Non è che cambiando la sigla cambia il ramo d’azienda».
I casalesi però sono rimasti sottotraccia, mentre la ’ndrangheta è stata sviscerata, seppur con decenni di ritardo. Come se lo spiega?
«Non me lo spiego. È una stranezza tipicamente italiana, non solo emiliana. Ricordo bene quando venni a Modena, nel 1991, per uno scontro a fuoco: l’articolo venne accolto con freddezza e incredulità. Anche la ’ndrangheta è stata scoperchiata quando si era ormai alle seconde e terze generazioni. Finché non sparano non se ne accorge nessuno. Pecunia non olet».
A suo avviso il clan dei Bidognetti è un capitolo chiuso?
«Per quanto riguarda la famiglia le persone fisiche sono quasi tutte detenute. Il clan invece è un consorzio, un cartello in attesa di scarcerazioni di peso: un fratello di Katia tra poco uscirà di prigione, così come un figlio di Sandokan (Francesco Schiavone, ndr). È la generazione che non si è macchiata di omicidi e può tornare libera. Quella sarà una fase delicata».
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