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Il Ccpl vende anche Coopbox 170 lavoratori al gruppo Happy

Enrico Lorenzo Tidona
Il Ccpl vende anche Coopbox 170 lavoratori al gruppo Happy

L’azienda di imballaggi per alimenti ceduta dopo il pagamento della multa all’Ue e una pesante ristrutturazione che ha visto il taglio di 280 dipendenti all’estero

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Enrico Lorenzo Tidona

REGGIO EMILIA. Il Ccpl ha venduto Coopbox. L’ex colosso cooperativo dell’industria ha ceduto l’azienda di imballaggi per alimenti, finita nell’occhio del ciclone nel 2015 quando la Commissione Europea le ha inflitto una multa colossale da 36,5 milioni per pratiche commerciali contrarie alla concorrenza.

Ad acquisire l’azienda di Bibbiano è stato il gruppo Happy di Cremona, che ha rilevato le quote del Ccpl inglobando i 130 lavoratori di Coopbox di Bibbiano e altri 40 colleghi localizzati nello stabilimento a Ferrandina, in Basilicata. Dopo anni passati all’insegna delle ristrutturazione del debito e nel tentativo di evitare o quantomeno ridurre la maxi multa europea, Coopbox è passata ora di mano. La sanzione è infatti arrivata, con buona pace del Ccpl, che dovrà pagare 9,5 milioni, in parte già versati – secondo quanto appreso – proprio per liberare Coopbox in vista della cessione alla Happy. La sanzione europea riguarda infatti tre società: il Ccpl società cooperativa, Coopbox Spa e la controllata slovacca Coopbox Eastern s.r.o. La quota parte della sanzione delle due società di Coopbox sarebbe quindi stata saldata per avere il via libera alla vendita.

A offrire un volano per ingolosire eventuali compratori era stata la performance di Coopbox con il Covid, che ha ridotto l’apporto dei locali spingendo i consumi sugli alimenti da banco, spesso già pronti, quelli per i quali l’azienda di Bibbiano crea il packaging. Coopbox dovrebbe infatti chiudere il 2021 con un fatturato attorno ai 60 milioni di euro. Ma per mettere sul mercato l’azienda non sono mancati certo i sacrifici da parte dei lavoratori.

Nel 2019 l’azienda ha chiuso tre stabilimenti all’estero, i due più grandi in Spagna e l’altro in Francia, lasciando a casa qualcosa come 280 dipendenti, con svalutazioni degli asset relativi per 5-6 milioni di euro nel bilancio 2018, al quale segue però un ritorno all’utile per 450mila euro nel primo trimestre del 2019.

Il piano di ristrutturazione aveva due direttrici: la chiusura degli stabilimenti spagnoli di Lorca e Alcalà, che contavano 220 addetti, e quello francese di Auneau, che contava 40 addetti, 30 licenziati e 10 salvati perché confluiti in una società commerciale. Gli stabilimenti esteri incidevano pesantemente sul conto economico e sulla posizione finanziaria netta del gruppo. La razionalizzazione organizzativa della struttura e dei costi ha toccato anche le sedi italiane.

A Bibbiano – dove lavorano 200 persone – i sacrifici sono già stati poderosi. La disdetta del contratto integrativo aveva portato a un risparmio di 1 milione di euro e a scioperi in “casa”. Poi sono stati tagliati anche lì 30 impiegati tra quadri e dirigenti. Era poi stato però stipulato un nuovo accordo che prevede la redistribuzione della metà di eventuali utili ai dipendenti. Ora, con il passaggio di mano, resta da capire quale sarà il destino di Coopbox, che avrebbe evitato anche l’interesse da parte di alcuni fondi speculativi.

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