La difesa di Coopselios in aula «Maltrattamenti, mai segnalazioni»
Casa di riposo di Mandriolo: sentiti tre dirigenti della coop per cui lavoravano le sei operatrici a giudizio
correggio. Il clima in aula rimane rovente nel processo a sei operatrici della casa di riposo di Mandriolo di Correggio. Devono rispondere di maltrattamenti Karina Da Silva, Maria Di Francesco ed Elena Bassi, con quest’ultima accusata anche di violenza privata come pure Antonia Iacovino, mentre Angela Cipriana ed Esther Montoya solamente di violenza privata.
Secondo la ricostruzione dell’accusa, dall’ottobre 2016 al marzo 2018 sarebbero avvenuti nella struttura episodi di percosse all’anziano Arduino Gigante (poi morto nel 2020, i due figli si sono costituiti parte civile) costretto a letto, con allontanamenti dal campanello per chiedere aiuto e ore di abbandono tra le sue urine, senza essere pulito.
Ieri mattina le deposizioni di tre testimoni – sotto il fuoco di fila delle domande del giudice Chiara Alberti, della pm Maria Rita Pantani e degli avvocati difensori – hanno portato il punto di vista sulla vicenda di Coopselios, cioè la cooperativa per cui lavoravano al tempo le sei operatrici e che nel procedimento riveste il doppio ruolo di parte civile (ritenendosi danneggiata) e di responsabile civile (verrebbe chiamata a liquidare i danni in caso di condanna delle lavoratrici). E le tre figure di spicco della Coopselios hanno sostanzialmente difeso l’operato della cooperativa, rimarcando come dalla casa di riposo di Mandriolo non fossero mai arrivate segnalazioni di anomalie. «La struttura rispettava gli standard normativi regionali – ha spiegato Sauro Paganelli, direttore d’area – e dalle verifiche fatte non erano emerse criticità nelle operatrici socio sanitarie. I pannoloni? Di qualità elevatissima». È entrato più nello specifico Gian Luca Ottomanelli (coordinatore della direzione tecnica): «Conosco la struttura correggese, non aveva mai presentato segnali di allarme su maltrattamenti. Nel caso vi fossero stati, avremmo fatto delle verifiche a sorpresa». Il coordinatore poi parla dei giorni caldi della primavera 2018, quando l’inchiesta divenne pubblica: «Ero rimasto lì per una settimana, supportando la responsabile di struttura che era molto agitata, ma non mi aveva mai avvisato di lamentele da parte di parenti od operatrici. In quei giorni avevo ricevuto i parenti che chiedevano informazioni, ma non quelli di Gigante, non c’erano». Poi relativamente al momento dei pasti «al netto dei volontari e dei familiari, le operatrici erano sempre in numero sufficiente per far mangiare gli ospiti non autonomi». Il discorso si sposta sui campanelli vicino ai letti, un tasto non indifferente visto che per l’accusa erano allontanati, il che avrebbe impedito a Gigante di chiedere aiuto. Ottomanelli la pensa diversamente: «I campanelli per dare l’allarme erano posizionati in modo adeguato». E sulle condizioni dell’anziano attorno cui ruota il processo: «L’ho visto nel salone in carrozzina, ogni tanto urlava. Non ho chiesto perché fosse agitato, succede a chi soffre di demenza». Poi un altro punto-chiave viene affrontato su specifica domanda della pm Pantani che vuole sapere se è tollerabile il fatto che Gigante rimanesse nudo nel letto. Per il teste «non è tollerabile, salvo rari casi di irritazione dovuti al pannolone, quando vengono messe le traverse».
Sulla struttura di Mandriolo ha poi testimoniato Carlo Del Prato, al tempo delle indagini direttore socio-sanitario: «Conosco quella casa protetta, del resto visitavo le strutture 3-4 volte l’anno. Mai ricevuto segnalazioni di maltrattamenti. Sono stato primario al pronto soccorso per 19 anni – sottolinea – dove sfilano maltrattamenti fisici e anche quelli psicologici, i più difficili da riconoscere. Anche il direttore di struttura, il medico Alberto Gandolfi, molto capace e legato ai principi etici della professione, non mi ha riferito nulla. Nella casa di riposo i letti e i campanelli erano a posto, in caso di campanello azionato arrivava un’operatrice in 5-10 minuti, un tempo accettabile».
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