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l’intervista 

«Non siamo polizia giudiziaria Le scelte spettano all’autorità»

«Non siamo polizia giudiziaria Le scelte spettano all’autorità»

Maria Chiara Briani, presidente regionale dell’Ordine degli assistenti sociali «Serve velocità, congruità e una cabina di regia fatta di esperti e non di politici»

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reggio emilia. «Certo che non possiamo essere usati come polizia giudiziaria, sono d’accordo. E non spetta a noi decidere eventuali allontanamenti, ma all’autorità giudiziaria. Coinvolgere i Servizi sociali parte dal presupposto che sia prioritario l’accompagnamento ed il sostegno al minore ed alla sua famiglia da parte di professionisti specializzati». Così Maria Chiari Briani, presidente dell’ordine regionale dell’Oaser (ordine assistenti sociali Emilia-Romagna), ha replicato alle parole della pm Valentina Salvi.

La qualifica: come si diventa assistenti sociali?

«Bisogna conseguire una laurea triennale specifica (molti iscritti sono in possesso di laurea magistrale) che prevede il tirocinio professionale, laurea che non è abilitante: poi occorre superare l’esame di Stato».

È un mestiere ambito oppure no?

«È una professione che non conosce una crisi. Le iscrizioni ai corsi di laurea non mancano, così come i concorsi: per anni ad esempio quelli in ambito sanità latitavano, mentre quest’anno le Asl ne hanno indetti diversi. Del resto il disagio sociale è in aumento».

Cosa ne pensa dell’affermazione che gli assistenti sociali non sono qualificati a svolgere indagini?

«Gli assistenti sociali non svolgono indagini di polizia. Gli assistenti sociali svolgono indagini socio-familiari e valutazioni sulla genitorialità unitamente ad altri professionisti del sistema integrato dei Servizi (psicologi, educatori, pedagogisti, neuropsichiatri), sebbene così chiamate dall’autorità giudiziaria. Il nostro ordine ha più volte caldeggiato che nel rispetto della normativa regionale queste valutazioni vengano svolte da un’équipe professionale fin dal primo momento, poiché il sostegno e la cura delle famiglie e dei minori richiede un approccio olistico. Invece capita che gli assistenti sociali vengano lasciati soli e debbano sopperire alla mancanza di una equipe stabile e competente, in mancanza di organizzazioni e risorse adeguate. L’équipe professionale andrebbe formata subito, non dopo la prima decisione giudiziaria. A partire dalla prevenzione e dal sostegno, che è fondamentale perché l’approccio iniziale può sostenere le famiglie ed evitare l’iter giudiziario».

Lei è d’accordo con l’istituzione di una polizia giudiziaria interna al Tribunale dei Minori?

«Ci dovrei riflettere. Credo che se le valutazioni sono accurate, partecipate e con la famiglia al centro le storture non sono possibili, ma occorrono tempi congruenti, risorse adeguate, attenzione ai percorsi. Occorrere ripensare alla legittimazione di una azione di tutela a vantaggio dei bambini maltrattati. Purtroppo si parla poco di questi numerosi casi, in cui i Servizi sociali hanno tutelato appieno l’interesse ed il benessere dei minori».

A Bibbiano però qualcosa non ha funzionato, non crede? Allontanamenti decisi sulla base delle sole relazioni dei Servizi, bambini mai ascoltati...

«Il Tribunale dei Minorenni può decidere di ascoltare i minori e in che tempi, i Servizi possono incontrare e sentire i bambini senza limiti di età, su mandato del giudice o col consenso dei genitori. Non posso dire cosa sia successo a Bibbiano, ma posso dire che le regole esistono e vengono rispettate. Ci tengo a sottolineare che i genitori affidatari sono accompagnati in ogni fase del percorso: a partire dagli spazi di informazione e formazione, alla valutazione delle loro competenze genitoriali, all’abbinamento rispetto alle esigenze del minore. Gli affidatari sono affiancati e sostenuti sempre».

Se avesse la bacchetta magica cosa cambierebbe nel sistema?

«L’elenco sarebbe molto lungo, a partire da una maggiore sinergia tra tutti gli interlocutori e modifiche di alcune previsioni normative. Di certo il fattore tempo è fondamentale per tutelare i bambini: serve velocità e congruità nelle decisioni giudiziarie. Il rischio dei Servizi è quello di dover attendere decisioni spesso non rispondenti alle esigenze di minori e famiglie. Sarebbe poi necessaria una cabina di regia a livello nazionale e regionale che si occupi del tema, fatta di professionisti esperti, anche dei Servizi sociali, e non solo di figure politiche; qualcuno che abbia dovuto affrontare la sofferenza dei genitori ma anche il sorriso recuperato di tanti bambini abusati, maltrattati, abbandonati, gravemente trascurati, che hanno trovato una risposta ai loro bisogni, fuori o dentro le loro famiglie».

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