Un albero per Pinelli «Questa quercia rossa farà crescere la verità»
Dedicata all’anarchico che precipitò dalla questura di Milano II ricordo della figlia Claudia durante la cerimonia in centro
REGGIO EMILIA. Un albero pronto a crescere per ricordare una delle grandi vittime degli anni di piombo. Nella mattinata di ieri, circondata da un bel sole brillante, nel centro di Reggio è stata posata una piccola quercia rossa in memoria di Giuseppe Pino Pinelli, ferroviere e partigiano anarchico morto il 16 dicembre 1969 all’interno della questura di Milano, dove era stato trattenuto da giorni dopo la strage di piazza Fontana. Una fine tutt’ora avvolta da misteri e incertezze, per le sentenze giudiziarie – mai cambiate in questo senso – avvenuta per un malore. Una figura diventata suo malgrado iconica, che la Fai, la Federazione Anarchica reggiana, ha voluto ricordare assieme al circolo Le Cucine del Popolo piantando in sua memoria una quercia rossa in piazza Duca d’Aosta. Alla cerimonia hanno preso parte Claudia Pinelli, figlia di Giuseppe, in compagnia dell’assessore comunaleCarlotta Bonvicini, del presidente dell’istituto storico Istoreco Arturo Bertoldi, di Gianandrea Ferrari della Fai e del botanico Ugo Pellini.
Davanti ad alcune decine di persone, fra cui diversi militanti Fai con le loro bandiere rosse e nere, si sono alternati diversi interventi prima di provvedere alla piantumazione dell’alberello, scelto non casualmente: anche a Milano, nel monumento realizzato non lontano dal suo luogo di nascita, nel 2019 è stata sistemata una quercia rossa destinata a crescere. L’iniziativa reggiana aggiunge un altro caposaldo alla memoria collettiva ed arriva proprio a ridosso del 52esimo anniversario dell’attentato di piazza Fontana, avvenuto il 12 dicembre 1969.
È stata l’occasione per riflettere con Claudia Pinelli di mezzo secolo di silenzi, ostacoli e di sforzi per dare giustizia e corretta memoria a Giuseppe, nonostante il «muro» contro cui la famiglia si è schiantata con dolore tante volte. «Un magistrato, all’epoca, disse a mia madre che non si aspettavano che un anarchico potesse avere così tanti amici. Una frase che fa davvero pensare. D’altronde, quando mio padre venne trovato morto, nessun del personale presente al piano andò giù nel cortile a verificare, furono dei giornalisti a vedere il corpo. E furono sempre dei giornalisti a venire a casa nostra, la questura non si mosse, doveva preparare la conferenza stampa in cui avrebbe proposto la teoria del suicidio, legata proprio a piazza Fontana», racconta.
«A oggi, d’altronde, non abbiamo ancora una verità giudiziaria. Esiste una verità storica, certo, che mia madre ha cercato a lungo e che è stata costruita man mano grazie agli sforzi e al lavoro di tanti giornalisti, ma una verità giudiziaria non l’abbiamo e probabilmente non l’avremo. Nei libri di storia troveremo che è morto per un “malore attivo”? E che è morto in una questura dopo tre giorni di fermo illegale», continua. «Senza l’impegno di tante persone e tanti amici non saremmo potuto arrivare sino a questo punto, ad ottenere almeno questa verità storica, per questo come famiglia cerchiamo sempre di partecipare alle iniziative per mio padre, questa di Reggio mi commuove particolarmente per la scelta di omaggiarlo con un albero che cresce e crescerà, con un essere vivente».
Adriano Arati
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