Covid, fondi pubblici per 100mila euro a ditte vicine ai clan Dragone e di Aemilia
Nel mirino della Finanza una lavanderia di Reggiolo e tre aziende tra Gualtieri e Brescello. L’accusa è di frode e di falso
Enrico Lorenzo Tidona
REGGIO EMILIA. Una lavanderia, due ditte edili e una di autotrasporto tra Reggiolo, Gualtieri e Brescello, si sono intascate qualcosa come 100mila euro di fondi pubblici distribuiti a pioggia dal Governo e destinate a ditte in difficoltà per il Covid. Si trattava però di quattro ditte in mano a persone – tutte di origine calabrese – i cui nuclei famigliari sono stati tutti colpiti da interdittive antimafia e quindi escluse dai benefici statali. L’interdizione amministrativa non è però bastata, a quanto pare, nonostante nelle informative venissero riportati i legami tra i titolari delle attività con membri del clan Dragone – egemone su Cutro e Reggio Emilia prima della violenta ascesa di Nicolino Grande Ararci – e di altre famiglie finite nella maxi inchiesta Aemilia contro la ’ndrangheta al nord. Una di queste è la lavanderia di Reggiolo aperta da Jenny Arabia, moglie di Giuseppe Todaro, colpito da interdittiva nel 2017 (e a cui si sono sempre opposti) per un potenziale rischio di infiltrazione nell’azienda edile Gmc Immobiliare di Reggiolo, di cui Todaro e la sorella Maria Teresa erano titolari, finiti nel mirino del gruppo interforze della Prefettura di Reggio Emilia in quanto nipoti dell’ex boss della ’ndrangheta cutrese Antonio Dragone.
A scoprire gli illeciti sono stati i militari della Guardia di Finanza di Reggio Emilia in forza alla tenenza di Guastalla, che hanno rilevato come le quattro ditte avessero indebitamente percepito e tentato di ottenere contributi pubblici a fondo perduto. Quelli appunto previsti dai decreti “Rilancio” e “Liquidità” emanati dal Governo per fronteggiare l’emergenza legata al Covid. I beneficiari dei fondi pubblici sono stati denunciati per truffa e falso, «in quanto indiziati di vicinanza ad ambienti legati alla criminalità organizzata di tipo ’ndranghetista» avvertono dal comando provinciale delle Fiamme gialle di Reggio Emilia tramite una nota. La scoperta avvenuta grazie all’incrocio dei dati effettuato dai militari ha portato alla denuncia dei quattro imprenditori alla Procura della Repubblica di Reggio Emilia, «per indebite percezioni di erogazioni in danno dello Stato». Un accertamento avviato dai finanzieri nell’ambito di un più ampio piano nazionale, nei confronti di titolari di attività, lavoratori autonomi e titolari di partita Iva, che hanno beneficiato dei contributi previsti dai provvedimenti d’urgenza emanati dal Governo. In particolare, l’attenzione delle Fiamme Gialle si è incentrata sulla verifica dei requisiti, richiesti dalle disposizioni normative, per l’accesso ai contributi pubblici a fondo perduto previsti dai due decreti emanati nella primavera del 2020. Nel corso delle attività ispettive, sono emerse quindi le posizioni delle società che tra il 2020 e il 2021 hanno ottenuto il pagamento del contributo. Gli approfondimenti investigativi hanno evidenziato come le imprese controllate non avrebbero potuto ottenere il contributo o il finanziamento agevolato, in quanto già destinatarie di provvedimenti interdittivi antimafia, emessi dalla Prefettura di Reggio Emilia, nel 2020 e 2021, «sulla base degli elementi informativi circa la contiguità dei soggetti ad un’organizzazione di stampo mafioso».
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