«L’impresa Lavanderia Arabia aveva diritto ai contributi»
REGGIO EMILIA. Ieri, sulla Gazzetta, è uscito un articolo intitolato “Covid, fondi pubblici per 100mila euro a ditte vicine ai clan Dragone e di Aemilia”, articolo nel quale vengono citate una lavanderia di Reggiolo e tre aziende tra Gualtieri e Brescello che hanno beneficiato di 100mila euro di fondi pubblici distribuiti a pioggia dal Governo e destinati durante l’emergenza a ditte in difficoltà per il Covid. Si trattava però – secondo quanto scoperto dalla Finanza – di quattro ditte in mano a persone tutte di origini calabresi i cui nuclei famigliari erano stati colpiti da interdittive antimafia e quindi escluse dai benefici statali.
A intervenire ora è Giuseppe Todaro, marito di Jenny Arabia, titolare della lavanderia di Reggiolo che ha avuto i fondi statali.
«Anzitutto – scrive Giuseppe Todaro – si fa presente (come, se del caso, potrà essere documentato in qualsiasi sede) che il contributo a fondo perduto erogato all’impresa “Lavanderia Arabia” (in base ai cosiddetti “Decreto Rilancio”, “Decreto Sostegni” e “Decreto Sostegni-bis”), ammontante a complessivi 3000 euro, è stato percepito dalla suddetta impresa il 23 luglio 2020 (mille euro), il 9 aprile 2021 (mille euro) e il 24 giugno 2021 (mille euro). Teniamo a sottolineare che quando l’impresa “Lavanderia Arabia” ha chiesto i contributi, così come quando se li è visti erogare, la stessa aveva pienamente “diritto” di chiederli e di ottenerli, avendo l’impresa i necessari requisiti soggettivi ed oggettivi, e non sussistendo, all’epoca, nessuna ragione/causa impeditiva dell’ammissibilità della richiesta e dell’erogazione del contributo».
«L’interdittiva prefettizia – continua Todaro – è stata emessa in data 27 agosto 2021 e dunque è successiva all’erogazione dei suddetti contributi (che peraltro l’impresa è pronta già da ora a restituire, pur non avendo a tutt’oggi ricevuto alcuna richiesta in tal senso). Pertanto, nel momento in cui l’impresa “Lavanderia Arabia” ha richiesto, e poi ottenuto, l’erogazione dei suddetti contributi non vi era alcun procedimento amministrativo in corso (inerente l’interdittiva) che fosse noto, o potesse essere conosciuto/conoscibile, dalla stessa impresa “Lavanderia Arabia”. Infatti, l’interdittiva in questione (come di prassi) è stata emessa senza alcun preavviso e/o comunicazione di avvio del procedimento, sicchè i titolari/soci della “Lavanderia Arabia” hanno avuto conoscenza di tale procedimento soltanto a seguito della ricevuta notifica dell’interdittiva (e cioè il 27 agosto 2021). Di conseguenza, da parte dei titolari/soci della “Lavanderia Arabia” non vi è stata alcuna condotta illecita (o anche solo scorretta) finalizzata a ottenere un’indebita erogazione dei contributi, non potendo gli stessi prevedere o anche solo ipotizzare che a distanza di oltre un anno (dal primo contributo) e di mesi (dal secondo e terzo) sarebbe stata emessa un’interdittiva antimafia nei confronti della stessa “Lavanderia Arabia”».
«Ciò detto – prosegue Todaro – e sottolineato che l’impresa “Lavanderia Arabia” ha impugnato con ricorso al Tar la suddetta interdittiva (ritenendola assolutamente infondata) riteniamo poi scorretto che nel Vostro articolo si citino persone del tutto estranee ai fatti, le quali vengono così accostate, del tutto indebitamente, a vicende di rilevanza penale, con gravissimo e ingiustificato discredito».
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