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«La libertà è responsabilità Lo sta insegnando la pandemia»

Martina Riccò
«La libertà è responsabilità Lo sta insegnando la pandemia»

Il sindaco Vecchi racconta i primi venti mesi dell’era Covid «Il momento più critico quando abbiamo finito i posti letto»

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Martina Riccò

REGGIO EMILIA. «Reggio Emilia dall’oggi al domani ha sperimentato il lockdown, il lutto indicibile per centinaia, migliaia di perdite, la riorganizzazione dei servizi essenziali, la sfida vaccinale e il tentativo di riconquistare una normalità che, già lo sappiamo, sarà comunque – quando riconquistata – una nuova normalità, qualcosa di profondamente diverso da come vivevamo sino a fine 2019». Luca Vecchi, sindaco di Reggio Emilia, ha messo in un libro – “I giorni del Covid”, edizioni San Lorenzo – i primi venti mesi dell’emergenza sanitaria e sociale con l’obiettivo di raccontare «la capacità dei cittadini di Reggio Emilia di rispondere in termini di collettività alle sollecitazioni giunte col Covid», raccogliendo anche contributi e punti di vista dei protagonisti di questa fase così difficile e delicata: Stefano Bonaccini, don Giuseppe Dossetti, Maurizio Landini, Giglio Mazzi, Carla Rinaldi, Daniele Cottafavi, Teresa Muratore, Fabio Storchi, Seregio Venturi, Fausto Nicolini, Cristina Marchesi, Paolo Cantù, Gigi Cristoforetti, Alessandro Spanò. L’introduzione è firmata da Romano Prodi.

Sindaco, l’emergenza non è ancora finita ma questo libro da oggi sarà in tutte le librerie d’Italia. Cosa l’ha spinta a scriverlo e pubblicarlo proprio ora?

«L’idea di scrivere un libro in cui raccogliere le mie riflessioni, personali prima ancora che politiche, e raccontare la risposta della città alla pandemia è nata nel maggio del 2020, quando avevamo la speranza che il grosso fosse alle spalle, poi invece abbiamo affrontato la seconda, la terza e ora la quarta ondata. L’elaborazione è stata un processo lungo, ma poi ho deciso di chiuderlo lo stesso per sistematizzare questi quasi due anni (che sembrano un secolo) e lasciare traccia di come abbiamo affrontato questo periodo. Proprio per questo i contributi che si trovano nel libro, spesso sotto forma di dialogo, sono contestualizzati al tempo in cui sono stati raccolti: serve per capire cosa è successo in questi venti mesi, cosa è cambiato da ieri a oggi. Questo libro non chiude la storia ma accompagna una sua fase».

Allora approfittiamone per fare un bilancio di quanto abbiamo vissuto fin qui. Qual è stato il momento più critico, da amministratore della città, in questi venti mesi?

«Ce l’ho scolpito nella mente ed è quello che va dal 20 marzo ai primi di aprile del 2020. Due settimane che sono sembrate infinite, con crescita esponenziale dei contagi e dei ricoveri, il rischio concreto di crollo del sistema sanitario locale, l’ipotesi di dover allestire un ospedale da campo, il Covid che si è infilato nelle residenze per anziani, i morti, la paura di dover arrivare a scegliere chi ricoverare e chi no. In quei giorni, in via informale, Stefano Bonaccini propose a me e a Federico Pizzarotti di estendere la “zona rossa”, che all’epoca era quella “dura”, quella con i codici Ateco, anche a Reggio e Parma... poi la curva ha iniziato a flettere e non c’è stato bisogno di altre restrizioni. In quei giorni, inimmaginabili solo qualche mese prima e imprevedibili, mi sono ritrovato a dover prendere decisioni pesanti di minuto in minuto senza potermi confrontare con i cittadini, perché non c’era tempo, con la paura di commettere errori. La sera del 26 marzo Fausto Nicolini, che era ancora direttore generale dell’Ausl di Reggio, mi telefona e mi dice: “Abbiamo finito i posti. Da domani dobbiamo metterci al lavoro per allestire l’ospedale da campo”. Poi nella notte non so cosa sia successo, cosa si siano inventati... abbiamo scollinato».

In questo periodo ha sottolineato spesso le qualità dei reggiani, la loro capacità di aiutarsi e darsi da fare nelle difficoltà, ma la pandemia ha fatto emergere anche debolezze e limiti?

«Sicuramente il Covid ha presentato il conto degli anni di tagli alla sanità pubblica: nei territori, come Reggio e l’Emilia-Romagna, in cui a questo ridimensionamento ci si è opposti, il sistema ha retto, negli altri è saltato tutto, e parlo anche di tenuta sociale».

Cosa ci lascia, o meglio ci lascerà, perché ancora non ne siamo usciti, questa pandemia?

«Durante il primo lockdown si diceva che ne saremmo usciti migliori, sicuramente ne usciremo diversi, perché l’era del Covid ci ha sottoposti – tutti, nessuno escluso – a prove che non immaginavamo di dover affrontare, ha sconvolto la vita di ognuno di noi. Mi auguro che la comunità possa diventare più solidale, meno arrabbiata, meno competitiva. Che avvenga una riorganizzazione, una rivoluzione umanistica della società. Prendiamo il concetto di libertà, divenuto centrale nell’era Covid. La libertà non può essere solo rispetto delle leggi e poi “faccio quello che mi pare”, ognuno di noi ha legami sociali, non solo familiari, e una responsabilità verso la collettività. In questo momento a Reggio stiamo togliendo posti letto a persone che dovrebbero sottoporsi a un’operazione, che magari stanno aspettando di fare da un anno o più, o a chi ha patologie gravi, per darli a chi ha scelto, deliberatamente, di non vaccinarsi. Il Covid ci ha dimostrato che l’individualismo non porta da nessuna parte, che siamo tutti sulla stessa barca, che non c’è un altrove».

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