Gazzetta di Reggio

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toano, il processo 

Chiudeva in casa e maltrattava la moglie Sei mesi al 35enne

T.S.

Il matrimonio è saltato per la gelosia dell’ambulante. La difesa: «Diversi episodi vanno ridimensionati e la donna poteva uscire»

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toano. Un matrimonio fra due marocchini non solo finito a pezzi, ma anche sfociato in un processo con accuse pesanti per l’ormai ex marito 35enne: maltrattamenti e sequestro di persona.

Comportamenti che per l’accusa erano motivati dalla gelosia nei confronti della moglie molto bella da cui ha avuto un figlio. Nella ricostruzione investigativa spuntano schiaffi, spintoni, calci. Per non parlare dell’obbligo – per la donna – di rimanere in casa con le tapparelle chiuse, impedendole di uscire dall’abitazione se non con il marito, mettendo segni sulla porta per verificare che la moglie non uscisse, chiudendola infine a chiave quando lui usciva. Atti violenti anche sul figlio minorenne, su cui aveva appoggiato un coltello caldo sulla coscia.

Vicende che si sono snodate lungo cinque anni (dal 2010 al 2015), con diversi cambi di abitazione da parte della coppia, prima nel Modenese e poi stabilmente nel nostro Appennino e specificatamente a Toano e Cavola. L’accusa – cioè la pm Maria Rita Pantani – ha chiesto per l’imputato nove mesi di reclusione. Di diverso avviso l’avvocato difensore Mario Di Frenna che – sulla scia di alcune testimonianze, fra cui quella dell’ex moglie (prima costituitasi parte civile, per poi revocarla) – ha smontato diversi fatti. «Le accuse sembrano terribili – spiega al termine il difensore – ma le cose non stavano del tutto così. Non è vero che il mio assistito sequestrava in casa l’allora moglie. Poteva uscire, lavoravano insieme come ambulanti e prima ancora lei aveva trovato occupazione in una fabbrica. Il coltello caldo sulla coscia del bambino? Era stato solo un maldestro tentativo per disinfettare la ferita che il minorenne si era procurato. I vicini di casa sentiti hanno detto di non aver mai visto il 35enne picchiare la donna e il figlio, inoltre non risultano accessi in ospedale per percosse e non sono mai stati chiamati i carabinieri richiedendo un loro intervento a causa di forti litigi». Puntando inoltre sul fatto che l’imputato non è mai stato denunciato e non ha avuto guai giudiziari, l’avvocato Di Frenna ha chiesto una pena più soft, ritenendo le vicende ridimensionate.

Tesi difensiva accolta, in pratica, dal giudice Cristina Beretti, che ha condannato il nordafricano a sei mesi di reclusione (pena sospesa), ritenendo le attenuanti generiche prevalenti sulle aggravanti contestate.

T.S.

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