Maxi inchiesta sugli appalti in Comune Chiesto il rinvio a giudizio per 23 indagati
Secondo le pm Salvi e Stignani i bandi dirottati erano «un vero e proprio sistema». Sul nodo intercettazioni è già battaglia
Ambra Prati
reggio emilia. Rinvio a giudizio per 23 dei 24 gli indagati. Per Lorenza Benedetti, 53 anni, dirigente del Comune, la stessa accusa ha infatti chiesto il non luogo a procedere. Questo il clou della requisitoria pronunciata dalle pm Valentina Salvi e Giulia Stignani, nell’udienza preliminare che si è svolta ieri davanti al Gup Andrea Rat per la maxi inchiesta soprannominata “appaltopoli”. Un procedimento che sarà combattuto soprattutto sul nodo intercettazioni.
L’inchiesta sugli appalti è nata nel 2016 per due presunti episodi di istigazione alla corruzione a carico dell’ex capo del servizio legale del Comune di Reggio, Santo Gnoni, in sede di Commissione Tributaria a Parma. E proprio alla Procura di Parma sono stati trasferiti infatti gli atti per alcuni dei capi di imputazione più gravi a carico di Gnoni. A partire dai due episodi, l’inchiesta reggiana è stata poi approfondita e divisa in due tronconi. Quello che sta arrivando al pettine è il più consistente, ovvero l’operazione “Re cleaning” della Finanza, che ha riguardato quattro appalti per un valore complessivo di 27 milioni: la gestione del nido Maramotti, la rimozione delle auto incidentate, i servizi di brokeraggio assicurativo, la selezione del dirigente dell’Asp e la gara per la gestione della sosta a pagamento e trasporto scolastico (solo quest’ultima valeva 24 milioni).
Tra gli indagati figurano Santo Gnoni, Roberto Montagnani, Mirko Tutino, Nando Rinaldi, Paola Cagliari, Alessandro Meggiato, Raffaele Leoni, Daniela Agosti, Anna Messina, Valeria Sborlino, Paolo Coli, Matteo Fortelli, Roberta Ugolotti, Anna Maria Mazzocchi, Tiziana Tondelli, Stefano Vaccari, Ivana Ceccardi, Giuseppe Altieri, Alessandro Lucci, Lorenzo Corradini, Vincenzo Corradini, Luigi Severi ed Ermes Ruozzi. I reati contestati, a vario titolo, sono turbata libertà degli incanti, falsità in atto pubblico, rivelazione del segreto d’ufficio e corruzione.
Ieri le pm Salvi e Stignani, che hanno parlato per mezz’ora ciascuno, hanno ripercorso l’indagine, da quella originaria in Commissione Tributaria alla scoperta degli appalti, considerati cuciti su misura per far vincere i soliti noti. Secondo l’accusa «un vero e proprio sistema», perché capitava sistematicamente che le gare fossero dirottate verso vincitori vicini all’amministrazione. Dal punto di vista procedurale l’accusa ha aderito all’eccezione, formulata in precedenza, sull’inutizzabilità delle intercettazioni fino a fine luglio 2016, perché disposte per altri reati; difatti risale al 29 luglio 2016 l’inizio delle captazioni frutto della seconda autorizzazione ad hoc. Significa che almeno la metà dei corposi faldoni (25 fascicoli) non sarebbero utilizzabili. Sebbene su questo punto il giudice si esprimerà al termine della fase preliminare, è indubbio che la battaglia legale ruoterà intorno a questo perno. Secondo le pm, alcune intercettazioni sarebbero esse stesse corpo di reato: nei dialoghi si consumerebbe l’illecito. Dopo l’intervento di alcuni difensori, che hanno chiesto il non luogo a procedere (per Coli, Fortelli e Ugolotti), l’udienza è stata rinviata all’11 gennaio. Verso il patteggiamento Ruozzi (difeso dall’avvocato Mariarosa Valenti), mentre si avvia all’abbreviato Ceccardi (difeso dall’avvocato Roberto Sutich); la discussione dell’abbreviato andrà in coda dopo le trascrizioni delle intercettazioni.
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