L’antimafia sequestra 1,5 milioni a Curcio
L’imprenditore edile, 48 anni, è considerato un sodale del clan reggiano e partecipe di raid punitivi negli anni Novanta
REGGIO EMILIA. Cinque società con i relativi compendi aziendali, sei beni immobili a Cremona, un’Audi Q5, una Golf e numerosi rapporti bancari per un valore complessivo di circa 1,5 milioni di euro. È quanto è stato sequestrato dalla Direzione investigativa antimafia che ha eseguito un decreto emesso dalla sezione misure di prevenzione del Tribunale di Bologna, nei confronti di Salvatore Curcio, detto “Volpone”, imprenditore di 48 anni operante nel settore dell’edilizia in Emilia Romagna, Lombardia, Veneto e Liguria, originario di Cutro e residente a Cremona, legato a pregiudicati del clan di ’ndrangheta Grande Aracri che opera a Reggio Emilia.
IL PROVVEDIMENTO
Il tribunale ha messo agli atti le dichiarazioni fatte dai due collaboratori di giustizia del processo Aemilia, vale a dire Antonio Valerio e Salvatore Muto (cugino di Curcio), che hanno indicato il 48enne come appartenente alla ’ndrangheta emiliana. Il collegio, presieduto dal giudice Domenico Pasquariello, della sezione misure di prevenzione, ha ritenuto quindi «qualificato» il pericolo sociale rappresentato dall’imprenditore, al servizio della consorteria con le proprie ditte e società, spesso intestate a compiacenti prestanome. Al centro degli accertamenti, l’esecuzione di lavori edili finalizzati all’infiltrazione nell’economia locale e nazionale e operazioni di falsa fatturazione.
TRA EMILIA E VENETO
Curcio non è nuovo all’accostamento alla cosca calabrese. Nel 2014 era comparso come sodale nell’indagine Valpollicella della procura di Venezia, relativa a ramificazioni del clan in Veneto e in cui erano coinvolti esponenti come Francesco Frontera e Carmine Sarcone, il più giovane della famiglia di ’ndrangheta che aveva la sua base al nord tra Bibbiano e Reggio Emilia.
Curcio è quindi considerato parte integrante del consorzio criminale visti i rapporti con i referenti locali della consorteria e le società che ha utilizzato «per infiltrarsi nel settore emiliano degli appalti edili» per «contribuire alle frodi fiscali» tramite «società per lo più intestate ai parenti, ma di cui era dominus indiscusso, come la Edil Curcio srl e la Gruppo Curcio srl» scrivono i giudici del collegio nel decreto di sequestro effettuato in queste ore per giungere poi alla confisca del patrimonio.
LA GAVETTA NEL CLAN
A porre Curcio sotto i riflettori dell’antimafia è stato anche il riscontro offerto da un altro collaboratore di giustizia, Giuseppe Liperoti, che nel 2018 aveva raccontato alla Dda di Bologna l’inizio della colonizzazione criminale dell’Emilia. Liperoti, Curcio e le allora giovani leve del clan negli anni Novanta Francesco Lamanna, Francesco Frontera, Carmine Belfiore, Salvatore Sestito e Giovanni Abramo, formavano la batteria di picciotti ai quali il boss Nicolino Grande Aracri e il suo braccio destro Vito Martino avevano ordinato di porre in essere rapine e altri reati nel territorio emiliano, «e in particolare a Reggio Emilia». Liperoti e Curcio, pur essendo giovani, erano già avvezzi all’uso delle armi.
SPEDIZIONI PUNITIVE
Le azioni criminali compiute da appartenenti al clan e sodali ricostruite dai giudici sono diverse. C’è ad esempio l’assalto alla discoteca Classic Club di Poviglio nel 1997, come ricorda ancora Liperoti, chiamato all’epoca dal capo Alfonso Diletto - che fa base a Brescello - insieme alla batteria dei giovani, tra cui Curcio: «Alfonso aveva il compito di mettere le mani addosso al proprietario - racconta Liperoti in una sua deposizione - non appena iniziava la rissa, noi dovevamo spaccare tutto». Questo perché c’era una saletta con la bisca ed erano nati dissidi con Diletto.
FATTURE FALSE
La scia di reati riguarda anche quelli economici, tramite fatture per operazioni inesistenti che lo vedono interagire con altri imprenditori cutresi di Reggio come Giuseppe Iaquinta, o Carmine Sarcone, dal quale proveniva denaro di alcuni bonifici sospetti finiti poi nelle inchieste.
E.L.T.
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