Un medico di base per i senzatetto «Una tutela collettiva»
L’Emilia-Romagna è la prima regione a concedere il diritto Rinaldi (Caritas): «Un passo avanti rispetto al volontariato»
Ambra Prati
reggio emilia. «Penso che il medico di base per i senzatetto sia un bel passo avanti nella tutela della salute pubblica: è la lezione principe del Covid. Se ne parlava da tempo, finalmente ci siamo». Isacco Rinaldi, direttore della Caritas di Reggio Emilia, commenta così la novità annunciata il 30 dicembre scorso – passata in sordina a causa delle festività e che entrerà in vigore a gennaio – dalla giunta regionale.
L’Emilia-Romagna è la prima Regione in Italia a stabilire il diritto, per i senzatetto, di avere un medico di base e la prima a fissare le modalità attuative, in modo che tutti i cittadini possano nominare un dottore di riferimento. La scelta del medico avrà durata annuale a condizione che l’assistito permanga sul territorio regionale; perciò dovrà iscriversi all’anagrafe sanitaria, poi provvederanno i Servizi sociali.
«Il mio giudizio non può che essere positivo – prosegue Rinaldi –. Garantire maggiori cure sanitarie a chi vive per strada sarà un vantaggio non solo per il singolo, ma per la collettività. Basta constatare quello che sta accadendo con la pandemia: se una persona positiva va in giro può infettare gli altri. Inoltre curare una persona per tempo evita che banali problemi, se trascurati, possano trasformarsi in qualcosa di serio, come una febbre che degenera in una polmonite».
Soprattutto, prosegue Rinaldi, la decisione dell’Emilia-Romagna va a colmare un vuoto che finora è stato supplito dal volontariato e dalla buona volontà. «I senza fissa dimora che non hanno documenti hanno sempre potuto rivolgersi, nella nostra città, a due strutture: il Centro Salute della Famiglia Straniera, vicino al pronto soccorso dell’arcispedale, e l’ambulatorio della Caritas diocesana, vicino alla mensa Caritas in via dell’Aeronautica. Realtà portate avanti per lo più dal volontariato: c’è qualche dipendente Ausl, con la quale i centri sono convenzionate, ma medici e infermieri prestano il loro tempo compatibilmente con il lavoro».
Cosa cambierà per i pazienti? «Anzitutto cambiano i tempi delle visite specialistiche e gli interventi, spesso sporadici. Il nostro ambulatorio fa quel che può, ma spesso la stessa persona si trova davanti a medici sempre diversi. Ad esempio se arriva una persona che ha un problema alla pelle ma in servizio quel giorno c’è un medico ortopedico, il paziente deve attendere anche quindici giorni prima di essere ricevuto da un dermatologo, che magari era presente fino al giorno prima e non tornerà prima di un mese perché i turni non glielo consentono».
Rinaldi sottolinea poi una grande differenza. «Un medico di base garantisce una presa in carico dell’individuo nella sua interezza, al di là del bisogno contingente. È vero che chi accede al nostro ambulatorio è censito in un database, ma non ha un punto di riferimento come può essere un medico di base, con il quale si stabilisce un rapporto fiduciario e una conoscenza che ha un valore inestimabile».
Il direttore della Caritas spiega di essere in attesa dei decreti attuativi della svolta. «Non so come funzionerà. Immagino che i senza fissa dimora, che finora non potevano indicare un medico poiché senza residenza, potranno vedersi assegnato un professionista in base alla disponibilità del Comune dove gravitano».
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