Santa Croce non dimentica distruzione e paura del 1944
I bambini di allora hanno raccontato quei giorni così traumatici per i reggiani Il documentario presentato ieri alla Camera del lavoro nel 78esimo anniversario
Adriano Arati
REGGIO EMILIA. I giorni in cui Reggio venne bombardata visti con gli occhi dei bambini del 1944. Ha riportato a uno dei momenti più cupi vissuti dalla nostra provincia durante la seconda guerra mondiale, l’iniziativa “Santa Croce non dimentica”, promossa dal Comitato Cittadini di via Roma e dallo Spi Cgil, andata in scena ieri mattina al salone Di Vittorio della sede della Cgil in via Roma, proprio in quel quartiere Santa Croce a cavallo della ferrovia che fra il 7 e l’8 gennaio 1944 venne devastato da due ondate di bombardamenti dell’aviazione britannica e di quella statunitense.
Gli aerei puntavano alle Officine Reggiane, all’epoca uno dei principali siti dell’industria bellica della Repubblica Sociale nata dalle ceneri del fascismo dopo la caduta di Benito Mussolini del 25 luglio 1943, l’armistizio dell’8 settembre 1943 e l’invasione dell’Italia da parte delle truppe naziste, sino a quel momento principali alleate all’interno dell’Asse con il Giappone.
Le ondate di bombe distrussero parte del complesso di via Agosti, così come i popolosi quartieri operai nati per accogliere le maestranze, di cui la zona di Porta Santa Croce, l’area del “Popol giost”, era una delle principali propaggini verso il centro storico cittadino. In quei due giorni morirono 261 persone, a cui aggiungere centinaia di feriti, e tra loro moltissimi mutilati. In totale, nel territorio reggiano si contano 764 vittime civili provocate dagli attacchi aerei dal luglio 1943 all’aprile 1945.
Per non disperdere la memoria diretta di chi ha vissuto, ancora bimbo, quei momenti così traumatici, il Comitato Cittadini di Via Roma ha deciso di raccogliere parecchie testimonianze, in collaborazione con lo Spi, il sindacato pensionati della Cgil, coinvolgendo la video-autrice Alessandra Cataleta.
Il primo risultato è il documentario “Santa Croce non dimentica”, presentato nella mattinata di ieri – nel giorno dell’anniversario – alla Camera del Lavoro, in una zona colpita 78 anni fa dalle bombe anglo-americane.
Il filmato è stato presentato nel corso di un incontro in cui hanno preso la parola Matteo Alberini e Massimo Corbetti dello Spi Cgil reggiano, Michele Bellelli dell’istituto storico Istoreco, Giuseppe Bonazzi e Pierluigi Sgarbi del Comitato Cittadini Via Roma e l’assessore alla Partecipazione Lanfranco De Franco.
Il lavoro è un primo passo del progetto, contiene una piccola parte delle interviste effettuate. Gli incontri proseguiranno facilitati dallo Spi che ha messo a disposizione i suoi archivi, permettendo così ai ricercatori di rintracciare tante persone che negli anni ’40 vivevano a Santa Croce e di allargare progressivamente il raggio di azione.
Visto il periodo, non sono previste per ora altre proiezioni, che potrebbero comunque essere allestite nei prossimi mesi. Il documentario e il materiale verranno poi messi a disposizione delle realtà culturali cittadini, a partire dall’istituto storico Istoreco, che già conserva numerosi archivi del ’900 reggiano, fra cui quello delle stesse Officine Reggiane e dalla biblioteca Panizzi.
«Abbiamo voluto organizzare questa iniziativa proprio qui in via Roma, a Santa Croce e dintorni, perché ci sembrava importante conservare la memoria di chi all’epoca era bambino e oggi è adulto», racconta Giuseppe Bonazzi del comitato degli abitanti, che vive in città da una quarantina d’anni e nel gennaio 1944 si trovava vicino a Novellara. Anche a diversi chilometri di distanza l’impatto di quella distruzione fu fortissimo: «Non riesco a dimenticare il cielo rossastro, era una cosa impressionante, così come il rombo terribile degli aerei, che ci ha segnato a lungo. Quel rombo lo abbiamo vissuto come un incubo per tanti anni, ogni volta che un aereo passava non poteva richiamare alla memoria quei terribili momenti», racconta. L’altro dettaglio ancora ben impresso riguarda i genitori: «Ho ancora in mente la paura che leggevo negli occhi di mia madre. Quello era traumatizzante, per me, più che gli scoppi. Quando ho sentito i primi rumori, potevo pensare a dei petardi, quando ho visto quel terrore così forte negli occhi dei miei genitori ho avuto davvero paura».
Il pensiero ora corre al futuro: «È importante raccogliere i ricordi di chi c’era e avere un archivio di memoria e di sensazioni che possano essere riviste e ascoltare. E che possono essere di insegnamento per le nuove generazioni: devono capire che la guerra e la distruzione possono avvenire anche qui da noi. Sono accadute in tempi fortunatamente distanti, ma è importante che si comprenda che tutto questo può succedere anche qui, e non solo in luoghi lontani».
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