«Il caso Brescello dice che occorre fare attenzione alla ’ndrangheta»
Elia Minari: «Bisogna diffidare delle situazioni tranquille Anche a Reggio sembrava così, poi è emerso Aemilia»
Davide Bonesi
BRESCELLO. Si è parlato anche di Brescello al recente convegno intitolato “Mafie in casa nostra”, andato in scena a Ferrara. Vi ha partecipato anche il reggiano Elia Minari, coordinatore dell’associazione culturale “Cortocircuito” da lui fondata, composta da giovani di diverse città del Nord Italia, esperto di mafie e corruzione, autore del libro “Guardare la mafia negli occhi”, sul tema della ’Ndrangheta nel Nord Italia (Rizzoli), che raccoglie una parte dell’attività d’inchiesta realizzata da Minari dal 2009, quando ancora frequentava il liceo a Reggio Emilia.
«OCCHIO AI SEGNALI»
Alla Sala Estense, Minari ha spronato anche i giornalisti a concentrarsi sul tema delle mafie in casa nostra: «Ci sono segnali che cittadini e giornalisti possono notare e approfondire. Penso a investimenti spropositati in certi settori non giustificati dalla logica. Altro strumento è lo studio dei bilanci attraverso le visure camerali e poi, letteralmente, seguire i soldi per vedere se i flussi di denaro sono anche in questo caso giustificati: ad esempio, investimenti enormi da parte di aziende con, formalmente, poche risorse economiche. Altro elemento chiave sono i cambiamenti ingiustificati, ad esempio in Emilia Romagna ci sono tanti casi di pizzerie e ristoranti che cambiano nome o società in modo repentino e ripetuto nel tempo; spesso dietro ci sono azioni di riciclaggio. E, ancora, operazioni “strane” per investire denaro, o casi di strutture societarie a scatole cinesi. Salendo di livello vi sono anche indicatori particolari, come le interdittive antimafia o le revoche di porto d’armi a persone che hanno frequentazioni sbagliate. E un ruolo determinante ha lo sport, che è veicolo importante di consenso. A Brescello la squadra di calcio ha avuto come presidente una persona poi imputata in un processo di mafia, e un importante evento sportivo aveva come sponsor una ditta amministrata da un imprenditore che aveva ricevuto l’interdittiva antimafia».
Proprio su questo tema Elia Minari ha fatto il ritratto del mafioso, o ’ndranghetista, come emerso anche nel corso del convegno scoltosi a Ferrara: «Non pensiamo a criminali che parlano un pessimo italiano e hanno la faccia cattiva. I mafiosi in Emilia cercano consenso, hanno il volto sorridente del benefattore, organizzano iniziative benefiche e filantropiche. Solo che dietro a quel volto c’è quello della violenza contro chi gli mette i bastoni fra le ruote. I reati sono i soliti: estorsione, prostituzione, gioco d’azzardo. L’obiettivo è quello di dare al denaro una parvenza di legalità per poi utilizzarlo negli investimenti. E se prima il settore preferito dove investire era l’edile, ora ci sono i ristoranti, approfittando ai tempi del Covid della debolezza economica dei proprietari».
ATTENZIONE AL PNRR
Sono in arrivo tanti milioni di euro con il Pnrr, una fonte dove abbeverarsi. «Servirà grande attenzione, soprattutto nel settore degli appalti. Infatti, fra gli indicatori c’è anche questo: quando c’è un appalto bisogna vedere a chi vanno i lavori, specie in subappalto, e bisogna diffidare dalle aziende che arrivano da troppo lontano per un lavoro che economicamente non ha giustificazione, ma offrono prezzi eccessivamente vantaggiosi rispetto alle ditte locali. Perché lo fanno? Ecco, ora che gli accessi a questi documenti sono possibili, bisogna sollecitarli, specialmente per le opere pubbliche, anche nei piccoli Comuni».
A Ferrara la situazione sembra tranquilla. «Bisogna sempre diffidare, perché quando ero studente a Reggio e ho iniziato a fare le prime indagini sembrava non vi fossero casi, poi la città è diventata l’epicentro del grande processo Aemilia».
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