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processo grimilde 

«Ti buttiamo i denti» In aula l’imprenditore che ha subito minacce

Ambra Prati

Sentito come teste su alcuni intoppi per un rogito del 2018 Titubante davanti alla corte, viene redarguito dal giudice

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Ambra Prati

reggio emilia. «Siamo qui in venti per lei. Però lei deve fare uno sforzo di memoria. È importante. La prima cosa che deve fare è calmarsi». Così il giudice Silvia Guareschi – in sostituzione del presidente Donatella Bove, risultata positiva al Covid – ieri in tribunale è intervenuta per redarguire il testimone reticente, incalzato inutilmente dal pm Beatrice Ronchi e protagonista di un botta e risposta con scintille.

Un copione purtroppo già visto, durante i procedimenti contro la criminalità organizzata, che si è ripetuto ieri durante l’udienza in rito ordinario del processo Grimilde sulla ’ndrangheta cutrese con epicentro a Brescello, feudo di Francesco Grande Aracri e dei suoi figli.

L’episodio risale al 2018 e riguarda gli imputati Matteo Pistis e Francesco Paolo Passafaro, accusati di minacce aggravate dal metodo mafioso. Ad essere chiamato sul banco dei testimoni un imprenditore edile, entrato in rapporti con la consorteria per la costruzione e la vendita di un immobile in provincia di Mantova per il quale l’acquirente aveva già acceso un mutuo in banca. Alcuni intoppi amministrativi sorti al momento del rogito avevano infastidito gli esponenti della cosca, che avevano fatto ricorsi a sistemi più sbrigativi. Prima le diffide legali scritte dall’avvocato fratello del boss Nicolino Grande Aracri. Poi le minacce dirette. In particolare un giorno due “giovani” si erano presentati insieme al compratore e, mentre quest’ultimo stava seduto e zitto, uno dei due in piedi aveva sbattuto i pugni sul tavolo: «Siamo calabresi. Se non ti presenti al rogito ti spacchiamo la faccia e ti buttiamo i denti nel cestino». Un’aperta intimidazione, aveva proseguito il testimone, durata circa un quarto d’ora.

Questo il racconto dell’imprenditore all’epoca. Ma ieri il teste è parso titubante: prima ha avanzato tanti «non ricordo», poi ha negato di aver ricevuto pressioni legali minimizzando le diffide e ha parlato di «metodi non convenzionali» utilizzati nella trattativa, infine quando gli sono state mostrate le foto segnaletiche ha riconosciuto solo uno dei due imputati.

Solo dopo diverse insistenze ha ammesso che nei suoi confronti erano state annunciate «conseguenze di tipo fisico e personali». «Non so cosa voglia dire di preciso, immagino un significato negativo, se uno minaccia e premette “sono calabrese” mi pare chiaro».

Di fronte alle numerose contestazioni del pm Beatrice Ronchi il testimone si è giustificato: «Cosa devo dire? Sono passati mesi, uno l’ho riconosciuto con certezza, l’altro ha un aspetto diverso. Ma se l’ho detto all’epoca confermo. Confermo quello che ho dichiarato a verbale», ha replicato l’imprenditore stizzito, che tra l’altro ieri si è presentato per errore a deporre a Bologna e ha poi ha raggiunto il palazzo di giustizia reggiano. La sfilata di testi dell’accusa è proseguita con due carabinieri già sentiti in precedenza. Si prosegue lunedì 24 gennaio.

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