Salvò le Reggiane e le portò nel mondo Poi il grande declino
Nel 1994 comprò l’azienda sull’orlo del baratro finanziario Dopo 14 anni di successi la vendita agli americani nel 2009
REGGIO EMILIA. Una vita dedicata al lavoro, da sempre. Una vita fatta di successi e cadute, di geniali intuizioni e di errori anche fatali, da lui tra l’altro mai negati. Una vita che nel bene e nel male ha influenzato gli ultimi anni di vita di una delle più grandi industrie italiane, le Officine Reggiane.
La carriera di Luciano Fantuzzi inizia a costruirsi nel dopoguerra, quando a 16 anni si mette ad aiutare la famiglia nella rivendita di concimi e sementi. Ha l’hobby della meccanica, che si trasforma in lavoro quando nel ’60 prende in affitto un vecchio mulino e due capannoni.
Lentamente nasce l’azienda di Lentigione, inizia il business dei carrelli elevatori.
Ma la più grande soddisfazione arriva con l’acquisto delle Reggiane, azienda del gruppo Efim. Fantuzzi fu colui che nel 1994 le salvò letteralmente dalla chiusura. Allora era davvero il «cavaliere bianco», un imprenditore di grande prestigio corteggiato anche dalle banche, come la Bipop di cui di lì a qualche anno sarebbe diventato uno degli amministratori. Poi cosa è successo? Di tutto, sullo scenario della finanza mondiale: dai bond argentini a quelli della Parmalat. E anche per Fantuzzi è cambiato il vento, le banche hanno presentato il conto nel momento peggiore, nel momento in cui il mercato era in flessione, in cui la concorrenza della Cina si era fatta sempre più agguerrita.
E per fronteggiarla servono commesse, per ottenere le quali Fantuzzi ha bisogno di nuovi finanziamenti. E in cambio deve dare garanzie. Grandi come l’area di via Agosti.
Fantuzzi, dicevamo, rilevò le Reggiane dall’Efim in liquidazione il 15 aprile 1994 grazie all’intervento dell’allora sindaco Antonella Spaggiari, «una trattativa chiusa in 15 giorni» ricordava l’imprenditore in un’intervista alla Gazzetta. Fantuzzi compra un’azienda che aveva 450 dipendenti, un fatturato di appena 65 miliardi di lire a fronte di un disavanzo di 83. Fantuzzi rivoltò l’azienda come un calzino con il lancio di nuove gru da banchina o per navi, vide fioccare le commesse e per l’industriale di Brescello, imprenditore fatto da sé, furono anni di successi e di crescita del fatturato.
Poi nel 2000 il colpo grosso: l’acquisizione della divisione gru portuali del colosso tedesco Noell, la Neoll Crance Systems con stabilimenti in Germania a Wurzburg e in Cina. Alla fine di quell’anno il giro d’affari del gruppo era salito ancora e i dipendenti erano più di duemila.
Nel 2001 Fantuzzi è all’apice della gloria, e la Camera di commercio di Reggio Emilia gli consegna il Regium Lepidi, riconoscimento delle qualità imprenditoriali.
Il gruppo raggiunge l’apice dei 600 milioni di euro di fatturato. Ma quello è anche l’anno che segna l’avvio della parabola discendente. Fantuzzi è a caccia di denaro fresco per comprare la Gottwald di Dusseldorf, una delle aziende leader a livello mondiale nel settore delle gru portuali.
Decide di emettere un prestito obbligazionario da 125 milioni di euro ma l’acquisto della Gottwald sfuma, Fantuzzi usa il bond per altri investimenti. Ma da allora le cose cominciano a non girare per il verso giusto. All’inizio del 2002 il gruppo Fantuzzi decide di avviare un processo di razionalizzazione delle sue attività, chiude lo stabilimento in Sicilia. Comincia a soffrire della concorrenza di imprenditori asiatici, che ha fatto scendere fatturato e profitto. Nell’estate del 2004 esplode la crisi del bond e il gruppo non ha i mezzi finanziari per il rimborso dei sottoscrittori entro il 14 luglio e contratta nuove scadenze, scaglionate nel triennio 2006-2008, col pagamento di interessi più allettanti.
Gli obbligazionisti dicono sì ma le banche pongono fra le condizioni del rinnovo dei crediti la vendita dell’area industriale di Reggio. In pratica sarebbe la fine del polo produttivo cittadino che, inesorabilmente, si verifica una manciata di anni dopo.
La decisione matura nel 2007 e si verifica tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009: l’accordo sottoscritto con la multinazionale americana Terex, a cui l’imprenditore cede i soli asset industriali delle storiche Officine metalmeccaniche (per 175 milioni di euro) tenendo sulle sue spalle i capannoni.
Un’area che negli anni è stata avvolta dal degrado ma che ora sta risorgendo dalle ceneri grazie al progetto del nuovo Polo industriale. A cui Fantuzzi, almeno in parte, contribuì regalando al Comune i primi cinque capannoni.
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