Gessi triassici, candidatura Unesco allo sprint finale col sigillo Unimore
L’apparato scientifico è stato curato dal nostro ateneo Il professor Lugli: «Luogo unico e tra i più studiati»
VILLA MINOZZO. Parte da una base scientifica forte la candidatura avanzata alla commissione Unesco per inserire i gessi triassici dell’Alta Val Secchia tra i siti patrimonio dell’umanità.
Un percorso di analisi scientifiche e geologiche, curate in prima battuta da Stefano Lugli, docente di Scienze geologiche dell’università di Modena e Reggio.
Proprio all’ateneo locale, infatti, era stata affidata la parte di approfondimento sull’area che si snoda attorno al corso del fiume Secchia, da Gatta sino a Ligonchio e Villa Minozzo, toccando anche la formazione rocciosa più nota e peculiare, la Pietra di Bismantova.
Da poche settimane la Regione Emilia-Romagna ha avviato la proposta di candidatura del “Carsismo nelle evaporiti e grotte dell’Appennino settentrionale” alla World Heritage List, in cui sono inseriti i siti di particolar pregio ambientale, storico e culturale. L’iter prevede ora il passaggio della domanda e del dossier al Ministero della Transizione ecologica che dovrà condividerlo per poi inoltrarlo alla sede Unesco a Parigi.
Gran parte della documentazione è stata realizzata dai gruppi di lavoro dell’università reggiana-modenese, incaricata dalla Regione, capofila del progetto partito nel 2016 con la collaborazione dei vari Parchi coinvolti e della Federazione Speleologica regionale, da cui è partita l’idea. Il pacchetto “Carsismo nelle Evaporiti e grotte dell’Appennino settentrionale” comprende diverse zone fra Reggio Emilia, Bologna, Rimini e Ravenna, il cuore è rappresentato dal sito principale, quello dei gessi triassici del Secchia, l’elenco comprende poi la Bassa Collina Reggiana (fra Albinea e Viano, in particolare), i Gessi di Zola Predosa, i Gessi Bolognesi, la Vena del Gesso Romagnola, le Evaporiti di San Leo, i Gessi della Romagna Orientale.
I ricercatori dell’ateneo sono stati coordinati dal professor Lugli negli anni di approfondimenti necessari per spiegare in maniera chiara e fruibile «l’unicità della catena appenninica fatta di siti unici al mondo con grotte, sorgenti saline e fenomeni carsici gessosi. Un patrimonio di natura geologica nel quale si può tracciare la straordinaria evoluzione della Terra».
Curare la parte geologica della candidatura «ha richiesto anni di lavoro per raccogliere i dati e riuscire a trasmettere in linguaggio accessibile le straordinarie meraviglie dei nostri gessi. La candidatura ha preso le mosse da una sollecitazione di Unesco che ha fatto notare come non esistano siti carsici evaporitici nella lista del patrimonio mondiale - racconta Lugli - I nostri gessi presentano diversi primati mondiali: si tratta del sito carsico più studiato al modo con caratteristiche geologiche uniche tra cui annoveriamo la grotta in gesso più profonda al mondo e le sorgenti salate più copiose d’Europa».
I primi studi risalgono alla fine del diciassettesimo secolo, curati all’epoca da diversi scienziati emiliani e dall’università di Bologna, in cui sono stati avviati i primi percorsi di ricerca sul carsismo, poi sfruttati anche in altre zone del mondo. Le rocce evaporitiche sono frutto di un lavorio millenario generato dall’evaporazione delle acque marine che ricoprivano le zone coinvolte e alla concomitante concentrazione dei sali minerali, tra cui appunto il gesso. Sono un fenomeno la cui origine in Appennino risale a circa 200 milioni di anni fa per quanto riguarda i Gessi triassici dell’Alta Val Secchia e a circa 6 milioni di anni fa per gli altri siti, «esito di una irripetibile combinazione di fattori geologici e climatici e che nel tempo ha fortemente caratterizzato la storia di questi territori».
Adriano Arati
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