Alfonso De Lucia, il cartolaio antifascista che curò i prigionieri nei campi ungheresi
Domani sarà omaggiato in Prefettura. La medaglia d’onore sarà consegnata ai suoi familiari durante il momento ufficiale
Adriano Arati
REGGIO EMILIA. L’omaggio a chi pagò con la vita e con anni di dolore il rifiuto a continuare a combattere per il fascismo e il nazismo. In occasione del Giorno della Memoria, da molti anni la Prefettura cittadina ospita la cerimonia dedicata a italiani deportati nei campi di lavoro e prigionia in Germania e nell’Europa dell’Est. Persone catturate dopo l’armistizio, quando Italia e Germania, sino a quel momento alleate, si ritrovarono nemiche in guerra; e dopo l’occupazione tedesca del Paese, con la conseguente nascita della Repubblica Sociale costruita da Mussolini. Migliaia di militari e civili italiani finirono nelle mani delle truppe tedesche, e furono mandati in mezzo continente, usati come schiavi. Alcuni di loro vengono omaggiati, con cadenza annuale, dalla medaglia d’onore assegnata per decreto del presidente della Repubblica e consegnata in gran parte dei casi ai familiari. Reggio è una città particolarmente attiva in questo senso, da decenni il 27 gennaio ospita un momento ufficiale in prefettura, sede della rappresentanza decentrata dello Stato. Un’occasione per ricordare e per scoprire storie vicine e lontane.
Fra le biografie dei premiati nel 2022 compare anche quella di Alfonso De Lucia, storico cartolaio di Ospizio, nonno dell’attuale consigliere comunale reggiano Dario De Lucia. In molti ricorderanno la cartoleria in via Daria Malaguzzi a Ospizio, il negozio che per decenni ha gestito Alfonso De Lucia, padre dell’ingegnere Rino De Lucia e nonno dell’ingegnere Irma e del consigliere comunale Dario De Lucia.
Nato a Reggio Emilia nel 1911, durante la seconda guerra mondiale si ritrova arruolato nell’esercito come paramedico, un ruolo che gli permette di aiutare prima tanti commilitoni e poi diversi compagni di prigionia. Catturato nei Balcani nel 1943, nel Montenegro in cui era di stanza, rimane rinchiuso nei campi nazisti in Ungheria sino al 1945, quando l’area viene liberata dall’Armata Rossa sovietica diretta verso Vienna e Berlino. De Lucia tiene un diario in cui annota tutte le tappe di quel periodo durissimo, una testimonianza conservata dai parenti in cui emergono le occasioni in cui Alfonso, sfruttando le competenze sanitarie acquisite operando come paramedico, offre un sostegno prezioso a malati e a uomini sfiancati dal lavoro, dalla fame e dal freddo, pagando a propria volta un conto pesante sotto forma di problemi respiratori. «Come paramedico aiutò tanti commilitoni e persone nei campi di prigionia dei nazisti dal 1943 al 1945 e si rifiutò sempre di aderire alla Repubblica di Salò invogliando i suoi compagni di prigionia a resistere. Il suo più grande onore, da quel che si legge dai diari, è proprio che in guerra non sparò mai un colpo e anzi salvò diverse vite», raccontano ora i parenti. «Vite che continuò a salvare anche dopo la fine della guerra ricevendo la medaglia d’oro al servizio della Croce Verde di Reggio Emilia. Non fu mai iscritto al Partito Nazionale Fascista e si dichiarò sempre antifascista convinto fino alla sua scomparsa avvenuta nel 1982».
Proprio questi diari sono serviti come base per ottenere l’attribuzione della medaglia d’oro. Inoltre, la famiglia De Lucia vorrebbe ora finanziare la posa di una targa commemorativa collettiva e pubblica per ricordare gli oltre settemila internati militari reggiani, da sistemare alla caserma Taddei di via Emilia San Pietro.
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