A Reggio Emilia sempre più bassa l’età delle donne che si rivolgono ai centri di aiuto
Iotti, presidente di Nondasola, fa il punto della situazione: «L’aver bevuto non è una giustificazione allo stupro»
REGGIO EMILIA. Lo scorso anno più di una donna al giorno si è rivolta alla Casa di aiuto gestita dall’associazione Nondasola. Numeri che sono tornati alla drammatica normalità pre-pandemia, ma con una novità: si sta progressivamente abbassando l’età delle vittime di violenza, delle ragazze che chiedono il supporto delle esperte della Onlus reggiana.
«Attualmente accogliamo una quindicina di donne nella casa rifugio – spiega la presidente, Silvia Iotti – mentre sono 359 le donne che si sono rivolte alla nostra Casa. Questo vuol dire che più di una al giorno si rivolge a noi per avere un supporto, un accompagnamento a una decisione che deve essere presa sul cambiamento della propria vita. Le prendiamo per mano e le portiamo alla costruzione di una scelta che vede la donna protagonista: a dispetto di quello che tutti pensano le donne che subiscono violenza non sono incapaci di decidere, hanno solo bisogno di tempo».
Una novità rispetto al passato, però, è l’età sempre più bassa di chi chiede aiuto alla Onlus. Fenomeno che si rispecchia anche nell’anagrafica degli autori e delle vittime delle ultime, terribili, violenze sessuali consumate a Reggio Emilia: adolescenti, neo-maggiorenni, ventenni. «C’è stato un aumento della fascia di età 20-30 anni fra le donne che ci chiedono aiuto – conferma la Iotti –. Ovviamente questo non vuol dire che c’è un incremento di violenze in una specifica fascia di età ma che, invece, c’è più consapevolezza. Le vittime si rivolgono a centro prima, lasciando trascorrere meno tempo da quando hanno subito un abuso. Al tempo stesso il lavoro in rete che facciamo da quasi 25 anni in città funziona: la buona collaborazione che c’è, ad esempio, con le forze dell’ordine o il pronto soccorso fa sì che le donne siano informate sull’esistenza del nostro servizio».
Ciò che non si riesce ancora ad abbattere, nonostante anni di campagne di informazione e sensibilizzazione, sono gli stereotipi che imperanti che seguono a un caso di violenza sessuale su una donna. «Sicuramente c’è un abuso e un uso di alcolici e sostanze fra i giovani, tutti lo sappiamo. Dunque il fatto che anche le ragazze bevano non mi stupisce, perché non dovrebbero farlo? Mi spiego meglio: il fatto che una ragazza abbia bevuto o sia ubriaca non giustifica, mai, il fatto che venga violentata. Anzi».
Per chiarire meglio un concetto che, purtroppo, ancora non è chiaro a molti, anche a tante donne, Iotti cita poi una conversazione avuta in famiglia: «Ho una nipote di 16 anni con la quale ho parlato di questa cosa. Volevo capire cosa ne pensasse ed è stata lei a fare una considerazione interessante: se una ragazza beve tra amici potrebbe essere che lo fa perché vuole lasciarsi un po’ andare in un contesto in cui si sente protetta, in un gruppo in cui si sente al sicuro. Abusare di lei è un’aggravante: “io mi sentivo sicura e invece sono stata violentata”».
Quando una donna viene stuprata, prosegue la presidente di Nondasola nel suo ragionamento, «ciò che molti, troppi fanno è chiedersi se lei, la vittima, non potesse evitarlo. Se non abbia avuto comportamenti imprudenti, se non si sia messa in situazioni pericolose. È uno stereotipo vivissimo, presente persino in alcuni giudici e nei tribunali. Il ribaltamento da vittima a responsabile è inaccettabile, ma troppo spesso accade. Io invece mi domando perché una donna debba preoccuparsi e leggere il mondo come potenzialmente aggressivo nei suoi confronti? Non dovremmo invece interrogarci sul perché la realtà ci esponga a questi rischi? Perché, a fronte di uno stupro, ancora c’è chi considera l’imprudente della vittima come la sua causa? La trasgressione, la rottura dei tabù dovuta all’alcol non si può mai, in nessun caso, trasformare in un’aggressione sessuale a un’amica: uno stupro è uno stupro, sia che avvenga da sobri che da ubriachi».
Particolarmente «inquietante», infine, il fatto che gli ultimi casi di violenze riguardino «dei giovanissimi. Mi viene da domandarmi dove siano gli adulti, quale modello stiamo trasmettendo, quanto guardiamo questi ragazzi che sono figli, nipoti, alunni, che cosa sappiamo di loro. Manca una relazione importante, manca il tempo di guardare a loro, di interrogarli, di chiederci cosa li spinga a comportarsi così. Oggi il prezzo che le ragazze pagano per la loro libertà è la loro violenza, la libertà di tutti deve essere possibile in sicurezza».
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