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Montecchio, «Usiamo l’ex cava Spalletti come invaso per l’agricoltura»

Il consigliere della Bonifica Emilia centrale Cangiari: «Tutti parlano di crisi idrica per le colture. I costosissimi studi pubblici dicono di individuare cave dismesse per farne riserve idriche. Ci avete pensato?»


17 febbraio 2022 Mauro Grasselli


MONTECCHIO. L’ex cava Spalletti – come annunciato dalla Gazzetta del 5 febbraio scorso – diverrà una grande area fotovoltaica. E l’azienda proprietaria dell’area, Emiliana Conglomerati, costuirà una strada di collegamento tra le provinciali Montecchio-Sant’Ilario e Montecchio-Calerno, che diverrà la tangenziale Nord di Montecchio. Secondo il progetto, gli impianti fotovoltaici consentiranno l’uso agricolo dell’ex cava. Il comitato di Calerno “Orgoglio Margheritino” ha già criticato la realizzazione della nuova strada. Ora interviene l’ambientalista Duilio Cangiari, che è anche consigliere della Bonifica Emilia Centrale.

«La decisione di installare un campo fotovoltaico nella cava Spalletti è l’ennesima occasione persa per affrontare in modo serio e funzionale il tema della “crisi idrica in val d’Enza”», afferma Cangiari.

Perché occasione persa?

«È una decisione che evidenzia in modo palese la poca volontà di perseguire gli obiettivi sbandierati nei numerosi studi e piani, approvati dagli enti pubblici con investimenti di centinaia di migliaia di euro di soldi pubblici. Peccato, ma non è una novità. Viene alla mente il famoso bla, bla bla... di qualche mese fa. Ora, senza voler demonizzare la produzione di energia da fotovoltaico a terra, preferendo comunque quello sui tetti (già sento i soliti dire “ecco, allora non va bene niente”, eccetera), vorrei fare umilmente osservare alcune cose. È da tempo che si polemizza, anche a mezzo stampa, sulle difficoltà di approvvigionamento idrico per le colture in Val d’Enza. Negli ultimi giorni la notizia (a dire il vero, come ogni anno) della siccità perdurante, della secca del Po, del fatto che in inverno non ha piovuto e della scarsa quantità di neve sulle montagne, è su tutti i media locali e nazionali. Le associazioni agricole sono preoccupate. Cercano risorse e fondi per avviare progetti che soddisfino la fame di acqua del comparto agricolo e che, soprattutto, siano in grado di soddisfare il fabbisogno idrico del comprensorio del Parmigiano Reggiano».

Parmigiano Reggiano che secondo i dati 2021 non se la passa male; anzi: ha chiuso l’annata con il massimo storico di 2,7 miliardi di euro.

«Sì, infatti. Al netto dei continui piagnistei degli operatori del settore, continua a macinare record su record di produzione ogni anno, in un crescendo che non sembra conoscere soste. Aumento di produzione che preoccupa molto, perché potrebbe mettere in pericolo la salvaguardia della qualità del prodotto “grana”, inscindibilmente legato alla artigianalità della sua lavorazione e alla sua tipicità, legata ai territori di produzione. Una situazione che ha assunto i caratteri del vero e proprio allarme, quando nei mesi scorsi si è scoperto che chi dovrebbe tutelare il marchio e l’immagine del Parmigiano Reggiano si è scoperto essere produttore di una linea di formaggi similari. Un pasticciaccio tutto nostrano, da non archiviare».

Torniamo alla Spalletti, alla siccità e ai rimedi per dare acqua all’agricoltura.

«Faccio notare che per affrontare la crisi idrica, da tempo, sono state messe in campo risorse ingenti, oltreché interventi politici a tutti i livelli: Regione, Autorità di Bacino del Po, Provincia, tutti i sindaci della Val d’Enza hanno detto la loro. Insomma, un fuoco di fila politico notevole che ha preso impegni e fatto proclami, senza dimenticare le prese di posizione delle associazioni agricole e l’attività delle Bonifiche delle due province di Reggio e Parma».

Lei è consigliere della Bonifica, dove si è discusso parecchio sulla questione.

«Sì, e ricordo che in Bonifica Emilia Centrale si è addirittura dimesso il presidente per seguire al meglio gli sviluppi della progettazione dei vari interventi, indicati dalla Autorità di Bacino del Po, sul tema idrico in Val d’Enza. A tal proposito, voglio ricordare gli studi, costati centinaia di migliaia di euro, finanziati con soldi pubblici dalla Regione e commissionati ad Autorità di Bacino del Po; studi che indicano, tra le tante cose da fare, la necessità di individuare cave dismesse da riutilizzare, facendole diventare invasi con la valenza di riserva idrica e di bacini per la ricarica controllata delle falde, cui si deve affiancare il riutilizzo di bacini non più strategici per la produzione di energia, eccetera; tutto questo al fine di recuperare preziose riserve d’acqua da utilizzare ai fini agricoli».

È il famoso “scenario 2” dei 4 prospettati un anno fa alla Gazzetta dall’Autorità di bacino del Po per far fronte all’esigenza idrica della Val d’Enza. Il primo è l’efficientamento della rete per ridurre le perdite; il secondo, appunto, la realizzazione di laghetti, traverse e pozzi, oltre alla manutenzione della traversa di Cerezzola; il terzo è la realizzazione di una traversa in zona Currada, più il ripristino dei serbatoi montani; il quarto è la realizzazione di un invaso nella zona collinare.

«Sì, lo scenario 2. Alla luce di quanto annunciato sulla stampa, e da quanto si legge nei documenti ufficiali, il futuro della cava Spalletti non pare rientrare in questa priorità da tutti riconosciuta. Allora viene da chiedersi se il soddisfacimento dei fabbisogni idrici del territorio della Val d’ Enza sia una priorità solo per qualcuno e solo a parole. Alla luce di quanto sostenuto, mi chiedo se si ritenga ancora necessaria l’ipotesi di utilizzo dei bacini dismessi o di cave esaurite come possibili invasi idrici per l’agricoltura, come sostenuto in tutti i documenti. Il tema idrico è ancora prioritario per il comprensorio della Val d’Enza? Chiedo se effettivamente è stata studiata la possibilità di usare la cava Spalletti come serbatoio di acqua per irrigare o come luogo di elezione per avviare progetti di ricarica delle falde. Quello che emerge chiaramente da questa vicenda è che manca completamente un coordinamento politico. Una mancanza che fa emergere drammaticamente vuoti sia nella programmazione del sistema idrico che nella progettazione di interventi diffusi e non invasivi. Pare proprio che l’allarme sul fabbisogno idrico sia un tema da utilizzare esclusivamente per trovare fondi per realizzare grandi opere, e tra queste un posto da regina è occupato dalla grande diga».

Ed ecco che torniamo al grande, plurisecolare “oggetto del desiderio”.

«Ormai è chiaro, ma ditelo apertamente. Non interessa trovare da subito risposte a quanto richiesto dagli agricoltori; invece, interessa mettere in campo un solo faraonico e dispendioso progetto che, all’italiana, vedrà la luce, se va bene, tra decenni. Eviteremmo di sentirci presi in giro e anche di perdere tempo a leggere studi, costati centinaia di migliaia di euro di soldi pubblici, resi inutili da queste scelte improvvisate e autoreferenziali».

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