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Bancarotta a Guastalla, azienda depredata davanti ai 30 lavoratori: lotte e scioperi contro gli attuali indagati

Nel 2018 la protesta all’ex Tabec di Guastalla: poi il sospettoso blocco dell’attività e il fallimento che fece partire l’inchiesta


18 febbraio 2022 Enrico Lorenzo Tidona


REGGIO EMILIA. L’azienda era in difficoltà ma l’arrivo provvidenziale di nuovi investitori aveva alimentato le speranze di un rilancio per le famiglie dei 30 lavoratori preoccupati per il loro futuro. Un sogno rivelatosi un abbaglio agli occhi dei dipendenti della ex Tabec di Guastalla, azienda al centro dell’inchiesta per bancarotta fraudolenta che ha svelato ieri l’esistenza di un gruppo di persone dedite a rilevare aziende per poterle svuotare, mandandole definitivamente gambe all’aria. Un caso preoccupante perché avvenuto in una terra storicamente monitorata e ai danni di una vera e propria attività industriale, non della “solita” cartiera vuota creata per stampare fatture false, ma dotata di macchinari e forza lavoro, distrutta attraverso un’azione predatoria avvenuta sotto gli occhi dei 30 dipendenti che si erano ribellati a quello scempio.



Nel dicembre 2017 si sono visti cambiare infatti la compagine sociale della ditta che all’epoca era considerata un riferimento nella produzione di materiale zootecnico e per l’apicoltura, venduto in Italia ed Europa. Oggi, di quella realtà produttiva, non c’è più nulla, dichiarata fallita dopo l’istanza di alcuni creditori, rimasti con un pugno di mosche in mano.

L’impresa era stata spolpata e a svuotarla furono proprio i nuovi investitori e amministratori, ora indagati nell’inchiesta, contro i quali protestarono per primi proprio i lavoratori, che presero le bandiere in mano e uscirono dal cancello dell’azienda di via Ponte Pietra, smembrata e rinominata poi Econsulting e Tpz, fallendo poi con la denominazione Offiminetti, la cui sede sociale fu portata a Lisbona. Un ulteriore tentativo di occultare l’intento criminale, secondo questura e guardia di finanza che hanno indagato sul caso per oltre due anni.

Il fragoroso sciopero dei lavoratori fu in grado già all’epoca – era il 2018 – di sollevare dubbi sulla solidità e le intenzioni dei nuovi proprietari. I dipendenti non avevano ancora ricevuto lo stipendio dell’agosto 2017 e, dal gennaio del 2018, quando subentrarono i nuovi titolari, non vennero più pagati secondo le scadenze definite con i soci. La situazione fu presa in carico anche dalla Fiom Cgil, con l’indizione di più scioperi per un totale di oltre 54 ore di blocco dell’attività.

A destare le maggiori preoccupazioni fu proprio l’andamento a singhiozzo dell’azienda. Da mesi i lavoratori non venivano infatti messi in condizioni di lavorare. Mancava l’adeguato approvvigionamento delle materie prime e dei prodotti commerciali per riprendere la produzione e le vendite. Non erano nemmeno state attuate le procedure di legge riguardanti l’antinfortunistica e non venivano effettuate le manutenzioni ordinarie.

A causa del mancato pagamento delle forniture di luce elettrica, gas e acqua, i servizi venivano distaccati continuamente. Condizioni che alimentarono la sensazione tra i lavoratori di trovarsi di fronte a proprietà le cui attività produttive e commerciali, dopo l’affitto dell’impresa con lo scorporo in due società distinte (Econsultinglab Srl e Tpz Production Srl), fossero state abbandonate al loro destino.

I lavoratori furono testimoni dell’arrivo di camion con i quali venne portata via la merce dal magazzino, senza alcun motivo apparente se non la spoliazione dell’ultimo scampolo di patrimonio rimasto in azienda.

«Lasciarono solo i macchinari perché erano inchiodati a terra» racconta un testimone dell’epoca. Secondo i racconti raccolti dagli investigatori, i lavoratori tentarono di fermare quei mezzi, ricevendo in risposta pesanti avvertimenti.

La situazione diventò insostenibile a livello patrimoniale e i creditori si rivolsero al tribunale di Reggio. La prima a fallire fu la Offiminetti. Già lì qualcosa cominciò a emergere, visto che il curatore fallimentare non trovò gli ultimi cinque anni di scritture contabili, fatti sparire dai nuovi amministratori, indicati in Fausto Tacconi, 56enne di Modena finito in carcere insieme a Giovanni Battista Moschella, 62enne calabrese residente a Modena, entrambi accusati di bancarotta fraudolenta.

L’azienda in difficoltà era stata segnalata da un professionista della zona, che aveva poi agevolato il lavoro di Domenico Arena, l’avvocato di Vibo Valentia che ha messo radici a Modena, considerato uno degli ispiratori della bancarotta fraudolenta.

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