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Coronavirus, 24 mesi di lotta in trincea a Reggio Emilia: «Mi sembrava di andare in guerra»

L’infermiera Paola Ferrari, 50 anni, non si è mai fermata. «Soddisfazioni? Avere convinto qualcuno a vaccinarsi»


20 febbraio 2022 Ambra Prati


REGGIO EMILIA. «Nei due anni di Covid non mi sono mai fermata e ho cambiato quattro incarichi: esperienze così varie che adesso sento di poter affrontare qualsiasi cosa. Mi sono rimaste impresse nella mente tante immagini che non svaniranno più. Credo che la categoria degli infermieri abbia dimostrato una resilienza e una forza incredibile». Paola Ferrari, 50 anni, è un’infermiera residente a Vezzano che lavorava nell’area Alta Intensità dell’ospedale “Franchini” di Montecchio.

Il primo ospedale che, a fine febbraio 2020, venne chiuso per un focolaio. «Ci trasferirono a Guastalla, presidio Covid: io fui assegnata al quarto piano, mentre tutte le mie colleghe erano insieme al terzo. Mi sono ritrovata in un ambiente sconosciuto. È stato pesantissimo: durante la lunga vestizione mi sembrava di andare in guerra ogni mattina. Avevo paura ma ho capito subito che i pazienti erano più spaventati di me».

Il marito, anche lui infermiere, in quel periodo era in convalescenza dopo un’operazione alla schiena. «È stata una fortuna che a casa con i figli ci fosse lui. La sera rientravo dal garage, mi cambiavo e andavo subito in doccia, per timore di contaminarli. Per lo stesso motivo per mesi non ho avuto contatti con i miei genitori, che abitano a Bagno. Li sentivo per telefono. Una volta a Pasqua, smontando da Guastalla, ho voluto fermarmi per vederli almeno dalla finestra. Mia mamma mi ha appoggiato una borsa sul marciapiede: mi è venuto il magone».

Il 22 aprile Paola è stata chiamata dal responsabile di Guastalla: il contagio stava dilagando nelle case protette, l’infermiera era stata assegnata alla struttura per anziani Le Esperidi di Vezzano, insieme a una collega. «Dovevamo trasmettere la nostra esperienza nella gestione del Covid al personale, insegnando loro a cambiare organizzazione e metodo. Per il personale, che ha una vocazione più sociale che sanitaria, è stato un bel cambiamento capire che non potevano più toccare gli ospiti. Era un andirivieni continuo di ambulanze tra la struttura e l’ospedale: molti non sono più tornati. Abbiamo toccato con mano l’angoscia dei familiari: sapevano che il loro caro se ne stava andando ma non potevano stargli accanto. La responsabile Monica Venturi passava le giornate al telefono, per tenere un filo, per non farli sentire abbandonati».

Dopo due mesi a Le Esperidi a metà giugno Paola è passata ai tamponi drive-in all’ospedale di Montecchio, dove è rimasta quasi un anno, fino a maggio 2021. «Un’attività prestazionale. Si lavorava con la tuta, al freddo, con le persone in auto che chiedevano sempre informazioni. All’inizio c’era un’unica squadra, ma ben presto sono diventate due; e la seconda squadra in tarda mattinata si recava nelle case protette o nelle abitazioni private per eseguire i tamponi a domicilio in tutto il bacino della Val d’Enza e raggiungere quelle persone che non avevano i mezzi per recarsi al drive-in. Ne abbiamo macinati di chilometri. Mi ha colpito una famiglia indiana: il marito era ricoverato in ospedale, la moglie non sapeva l’italiano e uno dei tanti bambini cercava di tradurre, lei aveva gli occhi sbarrati. Quando uscivi i residenti nel condominio ti guardavano male e voleva sapere, ma noi non potevamo rispondere».

Il periodo peggiore per Paola è targato Pasqua 2021, quando al lavoro si sono sommate le esigenze familiari. «Quell’aprile è stato terribile. Mia figlia, di 23 anni, si è ammalata e per negativizzarsi ha impiegato 43 giorni; aveva un contratto di stage e non le è stato rinnovato. Mio marito e mio figlio di 21 anni si sono contagiati. Mia madre in quarantena Covid, isolata rispetto a mio padre diabetico, ha avuto bisogno dell’ossigeno e per un soffio non è stata ricoverata. Mio marito è dimagrito sette chili in un mese. Ero l’unica che poteva muoversi tra le due famiglie ma continuavo sempre a lavorare, dieci o undici ore al giorno. Sono arrivata al nuovo incarico stremata».

Difatti a fine maggio 2021, fino a gennaio 2022, altro incarico per Paola: eseguire le vaccinazioni, prima all’hub della Casa del Teatro di Montecchio (in seguito chiusa) e poi all’interno dell’ospedale di Montecchio. «Un ruolo a stretto contatto con il pubblico. Difatti mi si è aperto un mondo. Non basta fare una puntura: lì la relazione umana la spendi tutta. Ho imparato la pazienza e la tolleranza, anche nei confronti degli atteggiamenti che non condividi. Frasi come “io vengo perché sono obbligato”, “non esiste più uno Stato democratico”... Io, che ho vissuto la prima ondata del Covid, a sentire questi ragionamenti mi sono spesso morsicata la lingua. La maggioranza delle persone però ha solo paura e alcuni non li convinci. Ricorso un signore che se ne andò senza fare il vaccino; io gli dissi che poteva rifletterci e tornare, ci trovava fino alle 19. In effetti è tornato dicendo “ci ho ripensato, mi vaccino”. Ed è stata una soddisfazione». Anche ai vaccini le giornate si sono rivelate lunghe. «Sapevi quando iniziavi ma non quando finivi perché si cercava di recuperare le persone che non si presentavano oppure c’erano dosi da smaltire: posso assicurare che non abbiamo sprecato nemmeno una dose, se ne rimanevano ci si attaccava al telefono attingendo a una lunga lista».

«Montecchio, da fine aprile a settembre 2021, ha vaccinato 50mila utenti – ha rivendicato con orgoglio Paola – mi sono capitate anche persone che venivano da Castellarano per vaccinarsi».

Con il senno di oggi questi due anni sono stati pieni di esperienze. «Esperienze che non vorrei rifare, ma in me stessa ho scoperto risorse insperate». Paola ha voluto sottolineare anche gli aspetti positivi. «Le nuove amicizie, le realtà diverse, l’orgoglio dell’importanza del mio lavoro: questo è stato il lato positivo della pandemia. Credo che tutti i sanitari abbiano cercato di dare il massimo. La dottoressa Roberta Riccò, che a mezzanotte faceva il giro di tutti i reparti dell’ospedale per sapere se qualcosa non andava. E le signore della Coopservice, che disinfettavano le ambulanze alle 3 di notte».

Ora si riposerà? «Macché. Adesso sono ai Poliambulatori di Montecchio (vaccini per minori) e sto passando in cardiologia. C’è sempre tanto da fare. Mi riposerò in pensione. Me la sono meritata».

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