«Gli anziani soffrono, riaprite alle visite»
L’appello della Federazione diocesana servizi agli anziani già sottoscritto da più di 400 persone tra operatori e parenti
REGGIO EMILIA. «Riaprire le case per anziani». È un appello accorato quello che la Federazione diocesana servizi agli anziani (Fedisa) lancia alle istituzioni affinché siano definiti nuovi modelli di prevenzione della pandemia che tengano conto – per le residenze assistite – non solo degli aspetti sanitari, ma anche delle situazioni di grave disagio e sofferenza in cui si trovano gli ospiti, le loro famiglie e gli operatori.
Al centro dell’attenzione della federazione c’è, soprattutto, il carico di sofferenza che si è determinato nelle persone anziane, sostanzialmente private di relazioni fisiche e affettive con i familiari a causa dell’inasprimento delle norme di prevenzione del Covid. «Nonostante la dedizione professionale, la vicinanza affettiva e lo sforzo organizzativo profuso da amministratori e operatori per mantenere i contatti tra ospiti e familiari (visite protette, stanze degli abbracci, contatti online), il perdurare della situazione di sostanziale isolamento presente nelle strutture sta fortemente minando la qualità della vita degli ospiti», spiega Fedisa in un documento sottoscritto in pochi giorni da oltre 400 persone, con il 78% rappresentato da familiari. «È del tutto evidente – prosegue la federazione cui fanno capo 17 strutture socioassistenziali e sociosanitarie residenziali e semiresidenziali per anziani e disabili che contano oltre 500 operatori e rivolgono i servizi a 800 persone – che i benefici generati dalla vicinanza fisica dei propri cari e dalla possibilità di stare insieme non possono essere sostituiti da incontri dietro la finestra, nella stanza degli abbracci e video chiamate, seppure accompagnati da personale competente e amorevole».
La situazione si era temporaneamente alleggerita nel corso dell’estate, con esiti importanti e concreti per gli ospiti, spiega il presidente di Fedisa, Giorgio Faietti: «La loro graduale ripresa si è misurata in maggiore appetenza, sonno notturno continuo, partecipazione alle attività quotidiane, collaborazione con il personale, condivisioni di gioia e trepidazione per l’attesa del momento di incontro con i familiari».
La ripresa dei contagi nell’autunno scorso e nei primi mesi invernali, però, ha determinato un nuovo inasprimento delle misure di sicurezza, «nonostante sia evidente che le residenze per anziani (con vaccinazioni oltre il 95% sia per gli ospiti che per gli operatori) sono state toccate marginalmente dalla nuova ondata pandemica».
Lo spiraglio intravisto si è dunque offuscato, «e molti anziani – racconta Faietti usando le parole pronunciate dagli stessi ospiti – si sentono inutili e privi di ragion d’essere, limitati nell’uso del corpo, impediti nelle relazioni più significative, sconfortati e demotivati nello spirito».
Una situazione di sofferenza gravissima che induce nuove fragilità fisiche e psicologiche. Gli stessi familiari manifestano malcontento e impotenza e chiedono alle strutture spiegazioni su misure e protocolli che vanno oltre la competenza dei gestori. «Gli stessi operatori – aggiunge Faietti – costantemente seguiti e formati a una dimensione di cura integrale della persona, professionalmente corrispondenti ai migliori profili richiesti e animati da profondi sentimenti di solidarietà e prossimità, sono messi a dura prova da questa situazione con un rilevante aggravio di stress, fatica e senso di impotenza di fronte a richieste umane, emotive e affettive che evidenziano il disagio e la sofferenza delle persone ospitate».
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