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«I nostri figli muoiono sotto i colpi dei russi»

Leonardo Grilli
«I nostri figli muoiono sotto i colpi dei russi»

Il grido disperato delle ucraine a Reggio Emilia: «Ogni telefonata può essere l’ultima»

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REGGIO EMILIA «I nostri figli si trovano in Ucraina, sono soldati, in questo momento hanno le armi in mano e stanno combattendo. Abbiamo paura, ogni volta che li sentiamo potrebbe essere l’ultima. Sono vent’anni che lavoriamo per voi, accudiamo le vostre famiglie, puliamo le vostre case. Vi prego non abbandonateci adesso. Vi prego, aiutateci». Sono parole di disperazione, interrotte dai singhiozzi e dalle lacrime, quelle che rimbombano fra le navate della maestosa chiesa di San Giorgio, amplificate dall’acustica di un edificio che da anni ospita le funzioni religiose dei greco-cattolici.

Qui, ieri poco dopo l’ora di pranzo, si è svolta una cerimonia a favore della pace in Ucraina a cui hanno partecipato, oltre che al presbitero della comunità ucraina e ai rappresentanti della diocesi, un’ottantina di reggiani e una quindicina di donne ucraine. Sono badanti, domestiche mogli. Molte vivono e lavorano a Reggio Emilia da anni, tutte hanno qualche familiare che da un momento all’altro potrebbe morire sotto le bombe o i colpi dell’esercito russo. Alcune sono troppo arrabbiate per delle sanzioni giudicate troppo leggere contro la Russia, altre non riescono parlare per il dolore e la preoccupazione.

Altre ancora, invece, sono un fiume in piena. Vogliono raccontare cosa stanno vivendo, farci capire l’urgenza di un intervento occidentale in Ucraina. Ludmila Sakhnenko, 56 anni e dal 2007 a Reggio, è una di loro. Prima insegnante di lingua straniera, poi badante e in questo momento senza lavoro, si commuove di fronte al grosso portone di San Giorgio mentre, all’interno della chiesa, risuonano i canti dell’inno nazionale ucraino.

«La mia famiglia si trova in Ucraina, i nostri figli, i miei genitori sono sepolti lì. Ci sono i nostri amici, i nostri affetti, stiamo male. I miei parenti abitano vicino a Kiev e abbiamo appena visto la notizia che hanno bombardato vicinissimo alle nostre case. Chi può sta cercando di scappare ma in tanti in questo momento non possono far altro che ripararsi nei rifugi anti-bomba». Badante è anche Maria Stefanici, 66 anni, in Italia dal 2006. Lei, assieme ad altre due connazionali dallo stesso nome, ha cantato in ucraino per tutta la funzione. «Siamo le tre Marie», scherza cercando di stemperare la preoccupazione.

Che però riemerge subito dopo: «Abbiamo tanta disgrazia. Abbiamo lasciato famiglie, figli, abbiamo lasciato tutto. È da otto anni che c’è la guerra ma in Ucraina va sempre peggio, le persone sono senza stipendio, mio marito prende cento euro di pensione al mese. Cosa può comprare con cento euro una persona malata? E ora sono arrivate anche le bombe». Certo, precisa subito Maria, «qui mi prendo cura di un’anziana e grazie a voi ho potuto aiutare la mia famiglia, ma adesso c’è la guerra».

Tra l’altro con un popolo che non dovrebbe essere un nemico: «Per tutta la vita abbiamo dato da mangiare alla Russia con il nostro grano. E adesso? Siamo diventati nemici. Mio figlio è stato qui con me per qualche tempo, aiutava in chiesa, poi visto che non c’era il lavoro è tornato in Ucraina. Anche mia figlia è nel Paese, fa l’infermiera, è sposata e ha due femminucce. Lei per fortuna abita vicino al confine con la Polonia».

Chi invece un italiano lo ha anche sposato è un’altra delle tre coriste, Maria Kovbal. Lei, oltre che preoccupata, è anche una delle più inferocite contro «l’inerzia» dell’Europa e dell’Occidente: «Non c’è speranza, sembra che nessuno ci voglia davvero aiutare, neanche i Paesi europei. Ora i russi hanno in mano anche Chornobyl (il nome ucraino della tristemente nota centrale nucleare da poco conquistata dalla Russia, ndr) e sono un pericolo per tutti. Ma sembra che al mondo non importi nulla».

La rabbia verso le azioni dei Governi occidentali, però, non si riversa anche sulla popolazione reggiana. Che ieri ha partecipato numerosa all’iniziativa di preghiera in San Giorgio e che è stata ringraziata tanto dalle donne ucraine quanto dal loro parroco, il presbitero Myrhaylo Khromyanchuk, dal 2009 assistente extradiocesano per il servizio e l’assistenza pastorale a questa comunità di rito greco-cattolico.

«Lunedì prossimo dovevo tornare nella mia patria, in Ucraina, ma non posso – ha esordito rivolgendosi al centinaio di fedeli presenti in chiesa –. Non posso perché da due giorni in Ucraina è cominciata la guerra nel vero e proprio senso della parola. Ma la guerra, nel mio Paese, in realtà non c’è da due giorni ma da otto anni. Guerra in cui l’aggressore è uno Stato che si dichiara cristiano, la Russia. Padre Michele mi ha proposto oggi questa iniziativa e per prima cosa voglio ringraziarvi, perché siete venuti in questa chiesa bellissima per pregare in comunione per la pace. E nel mondo non esiste cosa più forte che la preghiera. È il nostro fondamento. Se siamo militari cristiano, la preghiera è la nostra arma».

Il presbitero ho poi continuato cercando di spiegare «quello che forse non tutti sanno», ovvero la situazione in Ucraina dal punto di vista di chi la abita. Una «verità indispensabile dalla quale non ci si può scostare. Quando è cominciata la guerra in Ucraina, all’inizio, non c’erano le armi ma le parole, le parole sbagliate, le menzogne della Russia per giustificare le sue azioni malvagie. Ha cominciato a dire che sulla terra del Donbass, terra ucraina, c’era un popolo che era perseguitato. E dopo le parole sono seguite le armi. E ora, mentre noi stiamo pregando in questa chiesa, in Ucraina stanno morendo non solo dei soldati ma anche i bambini, le donne, ci sono moltissimi rifugiati. E allora cosa possiamo fare noi per loro? Conoscere la verità, pregare per la conversione della Russia e aiutare davvero gli altri senza preoccuparsi degli interessi economici».

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