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Motori elettrici, è boom: la Benevelli di Rubiera decuplica lo stabilimento

Motori elettrici, è boom: la Benevelli di Rubiera decuplica lo stabilimento

Portafoglio ordini ai massimi. L’azienda aumenterà i ricavi a 12 milioni nel 2022. «Siamo vent’anni avanti rispetto alla concorrenza. Molti vorrebbero comprarci»

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RUBIERA (Reggio Emilia)  «Nel 1996, quando ho presentato in fiera la mia prima trasmissione elettrica, ci ridevano dietro. Oggi invece tutti ci vogliono». Alberto Benevelli è una mente in opera e non smette mai di immaginare il futuro. Per questo l’omonimo gruppo è arrivato a intuire e sviluppare la tecnologia di motori e trasmissioni elettriche vent’anni prima degli altri.

Tecnologie proprietarie ingegnerizzate nella fabbrica di Rubiera che è diventata troppo stretta visti gli ordini in arrivo. Per questo Benevelli, amministratore delegato impegnato a dirigere anche l’ufficio tecnico, ha deciso di acquistare ben 130mila metri di superficie dall’altra parte della strada, sempre a Rubiera, dove sorgerà un nuovo stabilimento da 35mila metri quadri: dieci volte tanto quello attuale. Un salto dimensionale che trasformerà la Benevelli da Pmi a industria, segno della nuova era elettrica, che sta rivoluzionando la meccanica con luci - un ricco mercato in divenire - ma anche ombre legate alla riconversione delle aziende.

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Benevelli, da dove è nata l’idea del motore elettrico?
«Da una conoscenza radicata nel passato. Mio nonno e mio padre erano operai delle Reggiane. Mio nonno partecipò alla protesta e alla creazione del trattore R60. Nel 1951 il cavalier Angelo Ruggerini lo chiamò a Rubiera come direttore di produzione dove facevano 2 motori al mese. Quando se ne andò lui ne facevano 2mila. Era il 1962: fondò la Benevelli, che fu subito un contenitore di saperi tecnici. E quest’anno festeggiamo i 60 anni».

Però si trattava di motori tradizionali vero?
«Si ma lui e mio padre capirono che da solo il motore è un perno che gira nel vuoto. Cominciarono a collaborare con la LombardinI, oggi Kohler, per creare delle trasmissioni su nostro progetto grazie a un capo progettista Ferrari che ci aiutava dopocena. Le nostre soluzioni finirono nei motori diesel per agricoltura ed edilizia. Negli anni Novanta ci fu una crisi del settore e ho pensato di produrre allora le trasmissioni elettriche. All’Eima di Bologna mi risero dietro ma devo dire che ho visto lontano».

Il motore endotermico sta finendo in soffitta visti anche i paletti europei che prevedono lo stop entro il 2030. Che effetto ha avuto questa accelerazione verso l’elettrificazione?
«Noi per il 2022 abbiamo un portafoglio ordini già pari al fatturato del 2021. Dal 2010 a oggi siamo cresciuti di 8 volte in termini di fatturato, che l’anno scorso è stato di 9 milioni e nel 2022 arriverà a 12 milioni. Abbiamo 31 dipendenti a Rubiera e altri 60 alla Sitem di Castelnovo Sotto, di cui abbiamo acquistato il 30% per poterci produrre direttamente i motori. Presto Creeremo il nuovo stabilimento da 22mila metri quadrati, da ampliare successivamente a 35mila continuando a fare tutta la produzione internamente. Abbiamo una fabbrica altamente automatizzata e facciamo un fatturato di 350mila euro per ciascun operaio, un indice di produzione altissimo».

Da dove viene questa propensione così spinta alla tecnologia in un’azienda finora così piccola rispetto alla concorrenza?
«Una passione radicata nella mia famiglia, anche in mio padre. Abbiamo avuto il primo tornio a controllo numerico nel 1976, il primo centro di lavoro nel 1977, il sito internet nel 1995 o l’email quando non ce l’aveva nessuno. Così abbiamo anticipato anche i tempi sull’elettrico».

Quanto vale il vostro vantaggio tecnologico e industriale in un momento come questo?
«Tantissimo, la domanda è alta e in giro non c’è più di tanto. Ora chi vuole fare macchine innovative deve farle elettriche. Noi abbiamo tutto quello che serve per affrontare questo mercato. La nostra esperienza è già consolidata ma c’è ancora molto da fare. Servono però rendimenti più alti. Se ti finisce la batteria del trattore mentre sei in mezzo a un campo è un bel problema. Per consumare poco si facevano ingranaggi prima con precisione centesimale, ora li facciamo con precisione millesimale».

La diffusione dell’elettrico ha aumentato i vostri settori di sbocco?
«Siamo passati da edile e agricolo alla movimentazione, alle macchine per i portatori di handicap, alle spazzatrici, alle macchine cimiteriali, ospedaliere, ai motori usati nei parchi giochi come Gardaland o Disneyland Paris. Vendiamo infatti l’82% all’estero».

L’elettrificazione distruggerà più posti di quanti non ne creerà?
«Ci sono delle problematiche grosse, certo. Non credo che riusciremo a rispettare la data del 2030. Ci saranno stravolgimenti anche sul fronte dell’occupazione. Io sto aumentando velocemente ma altre aziende legate a motori tradizionali avranno grossi problemi. Bisogna che abbiano il tempo di riconvertirsi. Il motore elettrico è molto semplice e con poche parti: sul mercato rimarrà il 30% di quello che c’è ora legato ai motori tradizionali. Serve però una svolta per avere batterie più potenti e la produzione di energia elettrica deve avvenire tramite energie rinnovabili. Altrimenti l’inquinamento resta».

Facile pensare che siete corteggiati. Si è presentato qualcuno alla porta?
«C’è la fila. Abbiamo una dimensione aziendale e un’esperienza che fa gola ma proseguiamo sulla nostra strada».

 

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