Guerra in Ucraina: «È la settimana decisiva ma il tempo stringe»
L'analisi di Giuseppe Cucchi, già direttore del Centro militare di studi strategici e rappresentante militare permanente dell’Italia presso Nato, Ue e Ueo. «Si pensa alla pace come diritto acquisito»
«Questa sarà la settimana decisiva». A dirlo è Giuseppe Cucchi, già direttore del Centro militare di studi strategici, consigliere militare del presidente del Consiglio, rappresentante militare permanente dell’Italia presso Nato, Ue e Ueo. Cucchi doveva essere questa mattina all’Università per parlare del conflitto russo-ucraino, ma problemi personali lo tengono lontano da Reggio Emilia. A parlare per il generale Cucchi sarà un articolo da lui scritto per Limes.
Generale, come si è arrivati sin qui, fino all’invasione dell’Ucraina da parte di Putin? Non si poteva prevedere questo conflitto?
«Si poteva, certo, ma non lo si fa mai. È già accaduto. Quando l’Unione Sovietica crollò, nonostante fior di studiosi da anni stessero studiando una situazione sempre più al limite, in realtà non avevamo capito nulla. E a proposito di Unione Sovietica, non a caso Putin ha sempre detto che la sua distruzione è stato il più grande errore della storia».
Anche la virulenza di questo conflitto russo-ucraino non ci dice niente di nuovo?
«Certo, non ce l’aspettavamo, ma non è stato molto diverso rispetto a quello che è accaduto nella ex Jugoslavia. Dalla pace all’inferno, in un attimo. Il fatto è che la storia si ripete ma noi non siamo più abituati».
In che senso?
«Nel senso che abbiamo vissuto il più lungo periodo di pace che la storia abbia conosciuto e ci siamo illusi, mostruosamente illusi, che non avremmo più vissuto la guerra. Il fatto è che la pace non è un diritto acquisito e come tale non può durare in eterno. La pace, questo non lo abbiamo ancora imparato, va conquistata ogni giorno. Ora che vediamo all’orizzonte il nucleare, ora che dobbiamo affrontare il tema dell’autosufficienza energetica, ora però abbiamo paura».
Già, l’autosufficienza energetica. Che fare?
«C’è un’unica soluzione: riprendere la via del nucleare. Lo so che è una parola tabù, come lo era d’altra parte fino ad oggi la parola guerra, ma prima o poi qualcuno dovrà trovare il coraggio di pronunciarla. Oggi compriamo l’energia nucleare dalla Francia, che da buona sorella ha costruito le sue centrali nucleari vicino ai confini italiani portandoci il pericolo in casa. Quindi perché non infrangere anche questo ultimo tabù? Quanto alla guerra come parola tabù, mi piace citare Papa Wojtyła quando parlava della necessità di mettere in campo le forze giuste per mettere fine alla forza ingiusta».
Come legge oggi il comportamento di Putin?
«Va detto che i russi hanno diversi condizionamenti, per esempio almeno dal 1500 in poi hanno sempre aggredito e non sono mai stati aggrediti. È altrettanto vero che i confini dell’Europa non sono ancora oggi ben definiti: parlo dell’Ucraina e della Georgia. Bisognerà, prima o poi, mettersi a un tavolo e discutere».
Intanto aspettiamo che questa guerra finisca. Le sue previsioni?
«Penso che entro una settimana si possa, attraverso i negoziati, raggiungere un accordo. Ma penso anche che una settimana è lunga. I negoziati devono essere veloci perché ciò che temo è che i russi possano conquistare tutta l’Ucraina e arrivare alla Polonia dove la situazione è bollente. Avere i russi sulla nostra frontiera sarebbe pesante. Basterebbe un cerino».
Qual è un elemento che potrebbe pesare dalla parte della pace?
«I russi sostengono di avere avuto pochissime perdite mentre i numeri che snocciolano gli ucraini sono ben diversi. Se davvero la Russia iniziasse a perdere molti uomini, è possibile che si crei nella popolazione un movimento importante contro la guerra, e Putin non se lo può permettere. Non dimentichiamoci che la fine della guerra in Afghanistan è legata anche al movimento delle madri dei soldati morti al fronte».
L’Italia quanto rischia?
«Dipende. Può rischiare tutto come può rischiare niente. Dipende come continuerà questa guerra. Alla luce del diritto internazionale, il fatto che anche noi abbiamo inviato armi in Ucraina potrà essere considerato atto di guerra. Così come abbiamo sul nostro territorio basi americane. Tutto dipende se la Nato riuscirà a star fuori dalla guerra».
Alla fine, che pace sarà?
«Sicuramente una pace leonina. E ci aspetta un nuovo periodo di guerra fredda».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
