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Fabbrico, ingannato, assassinato e sepolto: «Ergastolo al complice del killer»

Enrico Lorenzo Tidona
Fabbrico, ingannato, assassinato e sepolto: «Ergastolo al complice del killer»

E' la richiesta di pena per il 42enne accusato d’aver tagliato la gola al connazionale pakistano

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FABBRICO. È accusato di aver partecipato all’omicidio di un connazionale, al quale avrebbe tagliato la gola. Reato per il quale, ieri, il sostituto procuratore Giacomo Forte ha chiesto l’ergastolo nei confronti di Shamraiz Sadiq Naveed, 42 anni – che ha sempre negato – imputato per l’omicidio del 22enne Ahmed Waqas sulla base della chiamata in correità di Mustapha Ghulam, 49enne che sta già scontando quattordici anni di reclusione (pena definita) per il cosiddetto delitto di San Valentino, avvenuto il 14 febbraio del 2014.

Un assassinio intricatissimo, con una trama degna di un romanzo, avvenuto all’interno della comunità pakistana di Fabbrico, dove la sera di San Valentino il giovane Waqas, ospite di uno zio e da poco arrivato in Italia, saluta tutti dichiarando di andare a lavorare in Germania. Nessuno sa più nulla di lui finché tre anni dopo, durante alcuni lavori nel campo di via Cascina, gli operai che stanno scavando scoprono quel che resta di un cadavere sotterrato: è Waqas. L’indagine dei carabinieri, che parte dall’ambiente dei connazionali, fa emergere prima una misteriosa innamorata che il 22enne, via chat, voleva sposare (la bugia della partenza era finalizzata a coprire l’unione non approvata dai parenti di lei), per poi scoprire tutt’altra verità e un movente a sfondo sessuale: Ghulam, omosessuale, si sarebbe invaghito del giovane e avrebbe alimentato con un falso profilo Facebook la passione per l’innamorata – in realtà inesistente – solo per legarlo a sé. Ma il giovane, sempre secondo Ghulam, avrebbe commesso un errore fatale: avrebbe espresso malignità sulla moglie di Naveed, rimasta in Pakistan. Un’onta da lavare con il sangue. Il cadavere è stato trovato evirato, un segno di spregio nella cultura pakistana, secondo l’accusa.

Durante la requisitoria di ieri, durate più di due ore, il pm Forte ha messo in fila la lunga serie di prove derivate dalla complessa indagine affidata all’Arma reggiana. Dopo la procura hanno preso la parola le parti civili. L’avvocatessa Antonella Corrente (in sostituzione del collega Francesco Tazzari) tutela il padre del 22enne ucciso e ha chiesto un risarcimento di 200mila euro mentre l’avvocato Mario di Frenna (in sostituzione della collega Lucia La Rocca) ha chiesto 50mila euro per lo zio della vittima, anch’egli costituitosi parte civile al processo in Corte d’Assise. Nella prossima udienza sarò il turno della difesa, dopodiché la giuria popolare presieduta dal giudice Cristina Beretti dovrà esprimersi sull’intricata vicenda, dove i due pakistani finiti alla sbarra si sono accusati a vicenda. La sera del delitto, infatti, verso l’una di notte, Ghulam ha affermato di essere rimasto in disparte e di aver sentito un urlo, per poi vedere il 22enne colpito da Naveed e da un terzo uomo, mai identificato. Quando è stato sentito in una precedente udienza, l’imputato è parso elusivo e recalcitrante, ha infarcito le sue risposte di «non so», «non ricordo», «forse». Una linea che Naveed ha sempre tenuto, dipingendo la vittima come un estraneo, per lui. Anche perché – è bene ricordarlo – il 42enne, arrestato dal gip Luca Ramponi, è stato scarcerato per mancanza di gravi indizi dal Riesame e al momento è libero.

Il pm Giacomo Forte ha messo nuovamente in evidenza ieri le incongruenze emerse durante l’interrogatorio dell’imputato. Naveed aveva sempre descritto Waqas come un connazionale, uno dei tanti, che frequentava la casa di via Matteotti, quasi sempre in compagnia di Ghulam. «Dove andavano? Non so, non ero il loro guardiano». Sull’omosessualità di Ghulam affermò di avere dei dubbi, «ma non mi riguardava». A detta del 42enne, non avrebbe mai ricevuto le confidenze di Waqas, che all’infuori dell’abitazione incontrava solo per caso; eppure, ha risottolineato il pm, nel telefonino della vittima c’era una foto dell’imputato al parco Gioioso, segno di una frequentazione. Naveed aveva dichiarato di non aver mai chiamato la vittima; eppure, ha detto il pm, dall’incrocio dei tabulati «tra dicembre 2013 e febbraio del 2014 il traffico telefonico tra i due è frequente: questo è un dato effettivo incontestabile». A breve, quindi, ci sarà l’attesa sentenza.



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