Imprenditore italiano sfida la guerra in Ucraina per salvare moglie e figlio di 3 mesi: "Ho visto i razzi cadere sui civili"
Un italiano tra i passeggeri del pullman arrivato a Reggio Era andato in Ucraina per prendere moglie e figlio di appena tre mesi
REGGIO EMILIA. «La guerra è scoppiata all’improvviso. Mia moglie era arrivata da quattro giorni in Ucraina per far vedere nostro figlio alla nonna che si trovavano nella città più a est dell’Ucraina, al confine con la Russia». A 43 anni un imprenditore pugliese ha attraversato l’Europa per salvare il suo bimbo di appena 3 mesi e la moglie ucraina, rimasti intrappolati dopo l’attacco dei russi, tra i sibili delle bombe. Un’avventura che sembrava volgere al peggio, finché non sono arrivati i volontari di Reggio Emilia che li hanno fatti salire nella corriera arrivata ieri nella Città del Tricolore con 29 profughi per poterarli al sicuro.
«Non voglio apparire, ho ancora delle aziende in Ucraina» dice l’imprenditore che in realtà vive in Francia: «Sono partito da Parigi, ho preso un aereo per Cracovia, da lì sono andato in bus fino alla frontiera. Non vi dico quello che c’era: migliaia e migliaia di persone che aspettavano di venire in Polonia». Lui, invece, andava in senso contrario, in una corsa ostinata contro il tempo per salvare la sua famiglia. «Da Leopoli ho preso un convoglio umanitario per arrivare fino a Kharkiv, ma il tragitto è stato molto pericoloso, tra un check point e l’altro. Però la guida che stava con me mi ha aiutato. Una volta arrivato sul posto ho visto con i miei occhi i razzi cadere sui civili».
Poi l'incontro con moglie e figlio, conscio che tornare indietro sarebbe stato altrettanto pericoloso con la sua piccola creatura trasportata dentro un porta enfant attraverso zone di guerra. «Quando siamo scappati da Kharkiv abbiamo preso solo le cose per il bambino».
Il ritorno si è inceppato però con il flusso incessante di profughi diretti verso la salvezza. «L’Italia non ha fatto niente per noi nonostante le richieste che ho fatto. Mi hanno risposto solo a una mail. Ad aiutarci sono state le associazioni ucraine. Ci hanno dato addirittura un riparo in una casa a un certo punto. Poi, avendo un bambino così piccolo, ci hanno fortunatamente fatti passare davanti a tutta la coda in frontiera. Ci hanno portato davanti alle griglie e l'abbiamo passata in neanche sei ore. Ma c’era tantissima gente, tantissimi bambini».
Una scena straziante, racconta l'imprenditore, che ha poi ha trovato riparo dentro un centro commerciale dopo il confine con la Polonia dove ha subito capito che poteva però restare bloccato. Un altro pericoloso limbo viste le condizioni in cui si trovava chi era già li da tempo. «Ho chiesto se c’erano degli italiani e ho trovato Amanda, che è stato il nostro angelo. Ci ha preso e dieci minuti dopo eravamo sul pullman, finalmente diretti verso Reggio Emilia».
Arrivati a Reggio sono tutti esausti. «Quando siamo arrivati le frontiere erano chiuse – racconta Amanda Pereira, direttrice del patronato Escat di Reggio, che ha coordinato il viaggio da uno dei sedili del pullman – quindi tanti profughi erano bloccati in frontiera. E quelli che erano già passati sono quelli che siamo riusciti a portare. Abbiamo dovuto lasciare tante persone là a malincuore perché non potevamo nemmeno andare verso la frontiera a prenderli. L’esercito non ce l’ha permesso e loro non riuscivano a venire da noi». I profughi giunti a Reggio avevano mangiato poco nei giorni passati. «Le condizioni in cui li abbiamo trovati erano davvero precarie» racconta Amanda: «Alcuni vogliono tornare in Ucraina ma bisogna vedere quanto tempo ci vorrà. Noi abbiamo già contatti con la prefettura che ci ha aiutati: gli troveremo una casa, un posto dove stare. Per ora rimangono qua».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
