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Reggio Emilia, profughi ucraini: si teme il "picco"

Martina Riccò
Reggio Emilia, profughi ucraini: si teme il "picco"

Marchesi: «Finora chi arriva ha un punto di appoggio qui, ma in futuro...»

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REGGIO EMILIA. «Finora è tutto sotto controllo: i profughi che sono arrivati dall’Ucraina, per quanto già numerosi, godono quasi tutti di un appoggio da parenti o amici. I problemi potrebbero manifestarsi con l’arrivo di persone senza punti di riferimento sul territorio... ma per ora andiamo avanti un giorno alla volta». Cristina Marchesi, direttore generale dell’Ausl reggiana, passa da un’emergenza all’altra: prima il Covid ora la migrazione di chi sta scappando dalle bombe.

In ogni distretto sono stati allestiti punti di accoglienza in cui i profughi vengono indirizzati dalla questura o dai Comuni per sottoporsi al tampone anti-Covid e a una prima valutazione sanitaria che permetta di fare emergere eventuali problemi e soprattutto bisogni. «Qui – spiega Marchesi – viene rilasciata la tessera stp (l’acronimo sta per “straniero temporaneamente presente”, ndr), in attesa che a livello nazionale vengano stabiliti altri provvedimenti. Ai bambini viene assegnato un pediatra, chi ha dovuto interrompere le terapie viene subito preso in carico in modo che continui a curarsi, e poi si controlla lo stato vaccinale. Chi non ha ricevuto il vaccino anti-Covid o non può dimostrarlo viene vaccinato subito, ma offriamo anche la possibilità di integrare le vaccinazioni mancanti. Ci sono anche donne incinta, una di loro ha il termine il 20 marzo».

La condizione di chi arriva dall’Ucraina è molto diversa da quella di chi scappa da altre guerre o dalla miseria: «Fino a questo momento abbiamo incontrato persone che godono generalmente di un buono stato di salute, persone che nel proprio Paese erano seguite da un sistema sanitario. In Ucraina sono previste anche vaccinazioni in età infantile. Certo è che molti di questi profughi, quando chiediamo loro se vogliono ricevere le vaccinazioni mancanti, si prendono del tempo per riflettere, poi magari tornano in un secondo momento: vogliono tornare a casa e sperano di poterlo fare nel più breve tempo possibile».

Considerato il numero di persone giunte in poco tempo a Reggio, il punto di accoglienza nel capoluogo è stato trasferito all’ex ospedale Spallanzani: «A dirigere il tutto c’è la dottoressa Patrizia Leoni, che ha gestito la campagna vaccinale alle Fiere di Mancasale e dunque ormai è un’esperta di grandi flussi», sottolinea Marchesi. Tante le attenzioni in campo, soprattutto per evitare assembramenti: non solo il Covid esiste ancora, ma in Ucraina ci sono focolai endemici di malattie che qui non circolano. «In realtà non bisogna preoccuparsi per la poliomielite e il morbillo perché noi, grazie alle vaccinazioni, abbiamo raggiunto da tempo l’immunità di gregge – spiega Marchesi – Per quel che riguarda la tubercolosi, invece, stiamo eseguendo esami su chi arriva come facciamo con tutti gli altri profughi. Si tratta comunque di una malattia la cui trasmissione avviene in genere in seguito a contatti stretti, come nel caso di nuclei famigliari, mentre è altamente improbabile da parte di sconosciuti in mezzi e locali pubblici».

In base agli arrivi il sistema di accoglienza si rimodulerà: «Dobbiamo ringraziare i Comuni, la prefettura e la questura per la grande collaborazione – sottolinea Marchesi – e anche la comunità ucraina presente sul territorio, che ci sta aiutando tantissimo, soprattutto con le traduzioni: i nostri mediatori culturali da soli sarebbero insufficienti. Finora abbiamo fatto intervenire gli psicologi solo in alcune situazioni specifiche, ma siamo attrezzati anche per questo. E nei punti di accoglienza forniamo anche le medicine necessarie».

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