Bagnolo, morto a 75 anni Lenin Montanari il poeta-contadino: «Un uomo limpido»
Le sue poesie avevano conquistato Augusto dei Nomadi. Diceva di sè: «Mi sento un anarchico dell’agricoltura»
BAGNOLO. È morto venerdì, a 75 anni, il poeta-contadino Lenin Montanari.
La sua è stata un’esistenza ricca di interessi, con scelte spesso controcorrente, partendo da un nome evocativo vissuto come eredità importante e impegnativa.
Suo padre, mezzadro e di sinistra, aveva ammirato la distribuzione della terra ai contadini poveri decisa in Unione Sovietica dopo la Rivoluzione d’Ottobre. Una bella responsabilità, che Lenin Montanari aveva interpretato a modo suo. A un passo dalla laurea in giurisprudenza, aveva deciso di rimanere a lavorare la terra ma, più che un agricoltore si è sempre sentito un innovatore. Un poeta, naturalmente, un cronista della sua generazione, uno che contestava ma che soprattutto costruiva. Le sue poesie avevano conquistato un musicista sensibile come Augusto dei Nomadi, amico di Lenin fino al termine dei suoi giorni. La sua storia è ripercorsa nel libro“The extraordinary life of an ordinary Lenin”.
«La prima cosa che ci ha colpito di quest’uomo – dicono gli autori della pubblicazione, cioè Guglielmo Giomi e Tommaso Giovanni Braglia – è stata la sua verità d’animo, una limpidezza che sfiora l’assurdo. Niente di costruito, di preparato o di impostato, l’ambiente e l’aura che lo circondano richiamano, a distanza di tempo, mode, epoche e rivoluzioni, ancora intatte e genuine. Nei suoi racconti – aggiungono – abbiamo riscontrato qualcosa di troppo originale e autentico: valori, idee e pensieri lungimiranti racchiusi nel corpo di un comune contadino e negli oggetti che sono attorno a lui, anonimi ma che godono di una luce particolare dovuta al ruolo che hanno rivestito nella sua vita».
Lenin stesso si raccontava nel sito dei Musei Civici di Reggio Emilia: «Più che un agricoltore, mi sento un anarchico dell’agricoltura. Sono tornato a fare il contadino a un esame dalla laurea. Volevo restare puro. Mio padre era un mezzadro, coltivava terra non sua, ed era di sinistra: così i padroni gli davano sempre la terra più difficile. Ma lui era innamorato della terra e quando in Russia l’hanno dato ai contadini, Lenin è diventato il suo mito. Era un uomo intelligente: mentre gli altri agricoltori mandavano i figli a lavorare, lui ci mandava a scuola. Solo che alle medie e al liceo ho avuto difficoltà d’inserimento, il figlio di un mezzadro era emarginato. Arrivavo a scuola vestito male e sudato perché ci andavo in bicicletta. In cinque anni non mi hanno mai passato un compito. Allora la poesia era la mia rivalsa sugli altri, il mio modo di comunicare, specialmente con le ragazze.La scelta di fare il contadino è stata bella, ma faticosa. Sono stato però un innovatore, perché dal 1999 ho lasciato le mucche libere nella stalla, non legate alla catena. Solo dopo si è visto che, con la stabulazione libera, le mucche producono più latte. Io, però, non l’avevo scelta per guadagnare di più, ma per lavorare meno e avere più ore per vivere, cioè per scrivere e frequentare la gente. Penso di essere stato un po’ il cronista della mia generazione, della reggianità. Gli insegnamenti di mio padre mi sono rimasti dentro e mi sento realizzato, anche perché mi sono fatto un reddito come gli altri. Credo di essere un mito per i giovani, proprio per questa mia trasgressione positiva: io contestavo, ma costruivo. La mia generazione, invece, comincia ad apprezzarmi ora. Forse».
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