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Stoccata della difesa: «Bellini a processo perché serviva un imputato vivo»

Stoccata della difesa: «Bellini a processo perché serviva un imputato vivo»

L’avvocato Antonio Capitella: «È un delinquente comune. I suoi legami con i Nar e i Servizi non sono stati dimostrati»

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REGGIO EMILIA. «Noi pensiamo che Bellini sia qui, in parte per il video, ma anche perché questo processo necessitava di un imputato vivo per tenere in piedi l’azione penale, altrimenti ci sarebbe stata un’archiviazione».

Lo ha detto durante la sua arringa l’avvocato Antonio Capitella, uno dei due difensore di Paolo Bellini, l’ex di Avanguardia Nazionale accusato di concorso nella strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Per Bellini, nella precedente udienza del cold case, la Procura generale di Bologna ha chiesto la condanna all’ergastolo con isolamento diurno di tre anni per concorso nell’attentato alla stazione. Ieri la parola è passata ai difensori della Primula Nera, che in una lunga arringa hanno tentato di smontare, punto per punto, il quadro accusatorio a carico del principale imputato di questo processo.

A partire dal frame del video che riprenderebbe Bellini, sul quale accusa e difesa si sono scontrate a suon di perizie e controperizie.

Il legale di Bellini, nella parte iniziale del suo intervento, ha fatto riferimento al fatto che l’indagine dalla quale è scaturito il procedimento era nata per individuare i mandanti, finanziatori e organizzatori dell’attentato, che per la Procura generale sono Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi, non più processabili perché tutti deceduti.

Capitella ha sottolineato che Bellini «è stato un delinquente comune, ladro, assassino», certo, ma rivolgendosi alla Corte d’Assise di Bologna ha detto ai giudici «di usare tutte le vostre legittime potestà, ricordandovi però che non avete la potestà di essere ingiusti. E si è ingiusti sia condannando un innocente, sia assolvendo un colpevole».

Il legale non ha risparmiato una “stoccata” alla Procura generale e alle parti civili, che hanno avanzato le loro richieste usando, secondo Capitella, «toni da crociata». «Voi dovete ancorare il giudizio alle vostre valutazioni sull’ampia materia documentale – ha detto Capitella rivolgendosi alla Corte – per poter fondare l’eventuale giudizio di colpevolezza. Io sono fiducioso, credo che la partita non sia già scontata».

«Cosa c’è nel processo che fa incrociare la strada di Bellini con quelle di Fioravanti, Cavallini, Mambro e Ciavardini? Niente».

Secondo il legale non sarebbe emersa una relazione tra il suo assistito, imputato per concorso nell’attentato, e i Nar già condannati come esecutori della strage (Cavallini in primo grado e gli altri tre in via definitiva). «Anche i posti frequentati da Bellini in Italia nei mesi prima della strage sarebbero stati tracciati, così come è successo per i suoi spostamenti all’estero. Se compariamo poi gli spostamenti dei quattro Nar con quelli di Bellini non si incrociano mai. Questo è uno degli elementi che fanno pensare che non esista nel processo una relazione che può essere ricondotta al concorso, perché per concorrere serve almeno un momento di partecipazione nell’attentato o le condotte devono essere convergenti verso un unico obiettivo».

Capitella è poi tornato sulle dichiarazioni di Maurizia Bonini, ex moglie di Bellini, che dopo quarant’anni ha fatto “crollare” l’alibi dell’ex marito. «Le dichiarazioni di Maurizia Bonini e Marina (ex cognata di Bellini, ndr) sono un po’ costruite. Qualcuno ha convinto la signora Maurizia che Paolo aveva predisposto l’alibi portandosi la nipote, ma questo presuppone che sapesse che l’attentato era il 2 agosto. Eppure non lo sapeva Cavallini, non lo sapeva Ciavardini, come poteva saperlo Bellini? Nel processo non c’è niente su questo», ha proseguito il legale.

Sui presunti legami tra Bellini e i Servizi, che avrebbero finanziato la bomba, Capitella è stato categorico: «Noi non possiamo affermare che la strage sia stata finanziata e che i soldi del Banco Ambrosiano Andino siano andati agli esecutori, perché mancano i passaggi intermedi». E ancora: «Noi non possiamo parlare della prova dei mandanti. Vi sono strade alternative per interpretare le carte di Gelli. Dal punto di vista della condotta dei singoli non si può affermare che ci sia stato un luogo dove sono state prese queste decisioni. Ma allora se non c’è mandato, non c’è la causale dell’esecutore, che c’entra Bellini?».

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