«Impariamo da Reggio Emilia, in prima linea per la solidarietà»
La visita in città del capo della Protezione civile, Fabrizio Curcio: «Sono qui per imparare». Accoglienza: via alla fase 2
REGGIO EMILIA. «Nel sistema di Protezione civile l’Emilia-Romagna è una eccellenza, sempre in prima fila non solo nell’emergenza ma anche nell’accoglienza, negli aiuti e nel volontariato. Reggio Emilia ci ha fornito preziose indicazioni per le misure da adottare in tutta Italia: qui c’è un’integrazione naturale e qui sono nate molte idee. Ci sembrava doveroso verificare come quello che stiamo immaginando trova concretezza nella realtà». Così Fabrizio Curcio, capo del Dipartimento di Protezione civile, ha esordito ieri, durante la sua visita reggiana.
Ieri la nostra Regione è stata sotto i riflettori nazionali. Al mattino si è svolta in Prefettura a Bologna la riunione del “Comitato istituzionale regionale per l’emergenza Ucraina”, presieduto da Stefano Bonaccini con i presidenti di Provincia e i sindaci (ospite il ministro Luciana Lamorgese, a Bologna anche per il trentennale della Dia). Nel pomeriggio è stata scelta la nostra città per la visita istituzionale di Curcio, accompagnato dal sottosegretario alla presidenza della Regione Davide Baruffi e dall’assessore regionale alla Protezione civile Irene Priolo.
La carovana istituzionale ha fatto visita al centro unificato di Protezione civile in via Croce Rossa dove l’assessore Priolo ha reso onore ai volontari. «Queste persone hanno già prestato 300 ore di servizio in un mese. Abbiamo un esercito di pace».
Una scelta non casuale: dopo Rimini (3.477) e Bologna (3.286), Reggio Emilia si situa al terzo posto per profughi ucraini accolti. Secondo i numeri della Prefettura la nostra provincia è a quota 2.900 profughi (di questi 146 uomini e 1.393 donne, totale adulti 1.539), 1.361 i minori. Su questi ultimi si pone un altro problema che si sta cercando di risolvere: come considerare i 12 minori non accompagnati nel Reggiano?
Tutti, dopo il viaggio fatto da soli, sono curati da parenti, ma per la legge italiana se non c’è l’affido si tratta di minori non accompagnati e di conseguenza a carico del Comune.
Se si considera che ammontano a 4.317 gli ucraini residenti in provincia, sui quali chi fugge dalla guerra si appoggia per trovare rifugio (il 90% è ospitato da familiari, al di fuori del circuito istituzionale), è facile presumere che si raggiungerà quella soglia. E se finora «la rete ha retto benissimo», come hanno confermato il sindaco Luca Vecchi e il prefetto Iolanda Rolli, tuttavia qualche dubbio sulla tenuta a medio termine è stato lanciato di recente dalla Caritas (il direttore Isacco Rinaldi, presente all’incontro).
«Siamo una delle province a maggiore intensità di accoglienza, anche se la mia impressione è che dopo settimane a mille all’ora il flusso stia rallentando», ha detto Vecchi, poiché come è emerso dal comitato «molti profughi sono in attesa al confine». «È partito anche da questo territorio la richiesta del contributo di autonoma sistemazione» ha sottolineato Rolli, riferendosi ai 300 euro mensili per gli adulti e ai 150 euro per i minori, «contributo che sarà erogato da istituti bancari ai singoli ucraini (non agli italiani) previa presentazione del permesso di protezione temporaneo».
Ma se arrivasse il boom di profughi, ha detto Curcio, «bisogna essere pronti».
Perciò al binomio ospitalità privata e Cas, con la mediazione della Caritas, si aggiunge la fase due: protagoniste le associazioni del terzo settore. «Stiamo sondando la disponibilità del terzo settore di mettere a disposizione tot posti – ha spiegato Curcio –. La mappatura figurerà in una piattaforma nazionale, in modo che in base ai posti il Comune possa firmare una convenzione con l’associazione di riferimento».
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