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Reggio Emilia, medici di famiglia ormai in estinzione: «Non si tocchi il massimale dei pazienti»

Grassi, segretario della Federazione: «Aumentare il numero di assistiti non risolve il problema». Ausl: «È una situazione complicata»


05 aprile 2022 Luciano Salsi


REGGIO EMILIA. La pandemia ha portato alle estreme conseguenze la cronica e crescente carenza di medici di medicina generale, che s’aggiunge ai vuoti che l’ondata di pensionamenti ha creato fra altre specializzazioni, come gli addetti al pronto soccorso e gli anestesisti.
La regione Veneto cerca di farvi fronte con un provvedimento temporaneo che prevede la possibilità, per ogni medico di famiglia, di aumentare volontariamente da 1.500 a 1.800 il numero massimo degli assistiti.
L’Emilia-Romagna, che già ora ammette la deroga volontaria fino a 1.800, vorrebbe arrivare a 2.000 e oltre.

La Federazione dei medici di medicina generale è perplessa e chiede piuttosto ai governi nazionale e regionale l’adozione di misure capaci di favorire, da parte dei laureati, la scelta di questa professione assai meno appetibile che in passato.

Il segretario provinciale Euro Grassi spiega: «Nelle frequenti riunioni del tavolo di confronto con l’azienda sanitaria stiamo studiando come risolvere la situazione, in primo luogo nella Bassa. Noi segnaliamo da dieci anni ciò che sarebbe accaduto, sapendo che tanti colleghi stavano per andare in pensione. La nostra Regione non ha disposto un numero sufficiente di borse di studio per i giovani tirocinanti, a differenza di quanto è stato fatto, ad esempio, da Puglia e Sicilia, da dove sono arrivate qui nuove leve. Fino a qualche mese fa si trovavano ancora nuovi medici di famiglia, ma ora il ricambio è interrotto».
La ragione, a suo avviso, è da cercare nel fatto che le condizioni economiche e lavorative spingono i giovani a preferire le specializzazioni alla medicina di base.

Grassi, quindi, ritiene che si debbano almeno alleggerire le incombenze burocratiche gravanti sui medici di famiglia: «Nel 1978 – spiega il segretario provinciale della Federazione dei medici di base – si lavorava meno anche con molti più assistiti, ma poi è enormemente cresciuto il numero degli anziani. Ora ciascuno di noi ha anche settecento persone con patologie croniche, in pratica due reparti e mezzo di lungodegenti, e deve rispondere ogni giorno ad oltre cento telefonate».

Che fare dunque per risolvere il problema? «L’ostacolo – sottolinea Grassi – non siamo noi, ma la burocrazia. Noi facciamo la nostra parte. La nostra provincia, ad esempio, ha un alto numero di medici organizzati in gruppo e in rete. Né possiamo dire di no quando occorre fare fronte a un’emergenza, ma non troviamo nella Regione la disponibilità a migliorare le nostre condizioni di lavoro».
Si tratta anzitutto, a suo parere, di applicare appieno le nuove tecnologie e di offrire un supporto agli ambulatori: «Ci manca ancora – osserva – il collegamento informatico per le teleprenotazioni e le televisite. Né abbiamo a disposizione un numero sufficiente di infermieri. Sui 2.500 operanti nell’Ausl ce ne sono mille sul territorio, ma solamente 91 sono a disposizione dei medici di medicina generale. Di conseguenza non abbiamo il tempo per seguire le urgenze e le lungodegenze».

Grassi, quindi, ritiene poco praticabile l’idea di aumentare il massimale degli assistiti: «Anzi – spiega – il numero ottimale sarebbe mille, al posto degli attuali 1.500. Il medico di medicina generale lavora già dodici ore al giorno. Come si fa ad accrescergli ulteriormente il carico? Né si deve trascurare il fatto che ormai il sessanta per cento dei medici sono donne, spesso con figli minori da accudire».

Il problema è complesso e offre pochi margini di risoluzione all’autorità sanitaria provinciale, che deve fare i conti con le risorse umane e finanziarie esistenti. «È una situazione abbastanza difficile – ammette Cristina Marchesi, direttore generale dell’Ausl – a causa dell’insufficiente numero dei nuovi laureati. Una delle soluzioni potrebbe essere l’innalzamento del massimale, ma i medici sono molto stanchi e non tutti sono disponibili. Mentre in altre province emiliane ci sono anche colleghi che hanno superato i 1.800 assistiti, qui ce ne sono bloccati al di sotto dei 1.500. È in corso un’interlocuzione regionale per definire nuove norme, ma intanto è di fondamentale importanza la riorganizzazione della medicina di base a livello provinciale».

Sostanzialmente si cerca di tamponare le falle di volta in volta che si evidenziano: «Il primo obiettivo – spiega la dottoressa Marchesi – è non lasciare i cittadini privi dell’assistenza medica. Lo facciamo ricorrendo ai componenti delle Usca, le unità speciali di continuità assistenziale, o ai medici di altri comuni. Non è semplice trovare i rimedi. Per ora si richiede la disponibilità volontaria di altri colleghi, ma la soluzione ottimale sarebbe il reperimento delle nuove leve».

La carenza, peraltro, non riguarda soltanto la medicina generale: «La situazione è drammatica – puntualizza la direttrice dell’Ausl reggiana – nel pronto soccorso, fra gli anestesisti e altre specializzazioni. Per la medicina di base non bastano i venti laureati che ogni anno si iscrivono alla scuola di formazione triennale, una delle cinque esistenti nella nostra regione. Forse i reggiani che la frequentano non sono tanti, subendo la concorrenza delle specializzazioni universitarie».
Per quei tre anni i giovani in formazione non potevano lavorare, ma l’emergenza pandemica ha costretto la sanità a utilizzarli parzialmente e ora si pensa di aumentare il loro impiego.

In quanto alla richiesta di infermieri la dottoressa Marchesi obietta: «Gli infermieri territoriali sono anzitutto a disposizione dei cittadini. Rispetto ai pazienti assistiti a domicilio in Emilia-Romagna ne abbiamo già un numero pari all’obiettivo fissato dal Pnrr».

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