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«Mio fratello aveva ragione Bellini era in stazione»

E.Spa.
«Mio fratello aveva ragione Bellini era in stazione»

Il fratello del defunto Rolando Balugani, il primo a dare la caccia alla Primula Nera «Speriamo che questa sentenza gli renda soddisfazione dove si trova ora» 

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«Mio fratello lo aveva scoperto fin da subito, ma non è stato creduto fino in fondo». È soddisfatto Pietro Balugani per la sentenza emessa dalla Corte d’Assise di Bologna, che ha condannato all’ergastolo in primo grado la Primula Nera reggiana ed ex Avanguardia Nazionale, Paolo Bellini, considerato il quinto uomo dell’attentato in stazione del 2 agosto 1980 che causò 85 morti e oltre 200 feriti. Ex sindaco di Zocca, Pietro è il fratello del maresciallo Rolando Balugani, morto il 13 aprile 2017 a 73 anni, il primissimo investigatore che diede una caccia serrata a Bellini, anche e soprattutto durante la latitanza brasiliana con il falso nome di Roberto Da Silva, sospettando praticamente sin da subito il suo coinvolgimento nella strage: le prime indagini nei confronti di Bellini, avviate negli anni Ottanta, si conclusero tuttavia nel 1992 con un proscioglimento. Nel 2019, il proscioglimento è stato revocato su richiesta della Procura Generale di Bologna, che ha avocato a sé un fascicolo che sembrava destinato all’archiviazione dalla Procura ordinaria, arrivando a quasi 42 anni dall’attentato a un nuovo processo terminato per la Primula Nera con la condanna più pesante.

IN AULA

Il nome di Rolando Balugani è spuntato spesso fuori durante le udienze. E la Primula Nera – che si continua a proclamare innocente – ha mostrato di avere ancora il dente avvelenato, parlando di una sorta di accanimento dell’ex maresciallo nei suoi confronti per questioni di una inimicizia personale derivanti dalla frequentazione di una stessa donna: «Non voglio andare al Creatore per Balugani», ha affermato Bellini in un momento abbastanza concitato della deposizione. A difendere l’onorabilità dell’ex maresciallo, invece, in aula c’è stata innanzitutto la deposizione di un suo ex collega, Raffaele Ponzetta, ex funzionario della Digos di Reggio-Emilia, che lo ha descritto come un investigatore particolarmente scrupoloso. Anche il collegio di parti civile e l’accusa non hanno mancato di riconoscere in alcuni passaggi l’intuizione dell’ex maresciallo, uno dei protagonisti delle indagini più dure degli anni ’60 e ’70 a Reggio Emilia e Modena, alla caccia di terroristi e sequestratori come capo della Squadra Mobile della Questura e considerato uno dei mastini più tenaci anche nel dare la caccia agli autori dei sequestri di persona, che dalla metà degli anni ’70 furono una piaga tra le due province. Fu tra i primi a denunciare infiltrazioni e collusioni mafiose, sempre in quegli anni, ma i suoi collegamenti rispetto alle indagini in corso vennero ritenuti insufficienti e furono spesso lasciati cadere. Di qui lo spostamento a un incarico meno di prima linea, alla Polizia Postale a Modena.

il carcere

Orfano di padre a soli otto mesi per mano dei fascisti (gran parte della sua famiglia venne trucidata), convinto antifascista e ricercatore storico della Resistenza, Rolando Balugani fu anche viceprocuratore onorario e socio dell’associazione d’arma della Polizia. E secondo le parole di Bellini fu proprio questo antifascismo convinto uno dei motivi di quello che considera tuttora un accanimento nei suoi confronti. Per dare la caccia alla Primula Nera, Balugani affrontò anche il carcere, con compostezza e dignità: fu indagato nel 1982 per aver rivelato l’11 marzo 1982 a un giornalista della Gazzetta di Reggio alcune notizie sulla presenza in stazione di Bellini a Bologna il 2 agosto 1980, diffuse il giorno successivo. Interrogato il 13 marzo 1982, venne arrestato la settimana successiva e trasferito al carcere di Peschiera, prima di essere assolto da ogni imputazione riuscendo a dimostrare che le notizie fornite erano già state pubblicate, anche sulla stessa Gazzetta di Reggio, nel mese di febbraio. «Se mi avessero dato retta – ripeteva negli anni successivi – avremmo evitato una lunga scia di lutti, di omicidi». È ciò che pensa anche il fratello Pietro, per il quale la condanna di Bellini «ci ridà una fiducia, che non abbiamo mai perso, nella giustizia, che fa pagare i conti a chi li deve pagare».

la soddifazione

Quanto alle dichiarazioni della Primula Nera sulla donna contesa, Pietro Balugani pensa che «Bellini abbia cercato di sminuire la sua colpevolezza. Ricordo che mio fratello mi diceva sempre che queste accuse erano campate in aria ed erano solo dei pretesti. Rolando mi ha parlato fino alla fine di Bellini, era certo che era in stazione il 2 agosto ed era convinto che quello era un filone d’inchiesta che poteva portare a conclusioni anche prima di questa sentenza. Credo che gli sia stata resa giustizia, così come è stata data anche ai familiari delle vittime che hanno pagato un prezzo altissimo da innocenti, sia coloro che hanno lasciato la vita sia coloro che sono rimasti feriti».

mandanti

Per Pietro Balugani, adesso, l’auspicio è che questo pronunciamento della giustizia sia «un punto di arrivo, ma anche di partenza per arrivare ai mandanti: eventi del genere non nascono mai per caso, ci sono i manovali, ma sopra i manovali ci sono coloro che hanno ideato il progetto». Un auspicio condiviso anche da Matteo e Simona, i figli di Rolando, per i quali «Paolo Bellini è uscito vivo da non pochi “misteri d’Italia”: un abile protagonista delle più oscure trame criminali, l’uomo dai mille volti ed un criminale spietato che si muoveva con grande facilità in Sud America dove aveva ottenuto anche la cittadinanza». I figli ricordano che il padre «dalle sue intercettazioni era giunto al fondato sospetto che Bellini alloggiasse di fronte alla stazione in occasione della strage. La sentenza pronunciata a Bologna gli dà ragione seppure e purtroppo a distanza di anni. Speriamo che gli renda merito e soddisfazione anche dove si trova ora».



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