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Albinea, «Ci misero al muro per fucilarci. Ci salvò l’arrivo degli americani»

Anna Pignatti: «I tedeschi cercavano mio zio partigiano. Con me volevano uccidere mio fratello, mamma e nonno» 


12 aprile 2022 Caterina Chiossi


ALBINEA. Una storia difficile da dimenticare. Una storia che ha segnato la vita di Anna Pignatti, che aveva solo otto anni quando ha vissuto l’orrore della violenza durante la Seconda Guerra Mondiale. Ora Anna ha 85 anni e vive ad Albinea. È la prima volta che racconta pubblicamente questa vicenda.

All’epoca la famiglia Pignatti era composta da Isiride Carletti, sposata con Amedeo Pignatti, genitori di Silverio e Anna; Orielo Pignatti, fratello di Amedeo e capo dei partigiani; Alderigi Pignatti, padre di Amedeo e Orielo. Vivevano tutti insieme a Budrione, frazione del Comune di Carpi (Modena), nella casa di proprietà di Gobbo Foresta, di ideologia fascista.

LO ZIO PARTIGIANO

«Ero una bambina di otto anni quando abbiamo cominciato a vivere nel terrore – inizia a raccontare Anna Pignatti –. Mio zio, essendo diventato comandante dei partigiani, doveva nascondersi continuamente dai nazisti, assieme a mio padre. Quando il padrone di casa scoprì che mio zio era comandante dei partigiani, avvisò immediatamente la polizia. Una mattina irruppero a casa nostra per cercare mio zio, urlando: “Fuori! Fuori! Bruciamo la casa”. “Amedeo non è in casa. Non sappiamo dove sia”, rispose Alderigi Pignatti, il padre di Oriello e Amedeo. Ma la polizia non gli credette – continua Anna Pignatti – e ci presero con la forza, trascinandoci fuori di casa per bruciarla. Così dovemmo fuggire via».

«NON ME NE VADO»

«Io non me ne vado! Resto qua. Questa è casa mia!», furono le urla piene di dolore di Isiride Carletti, madre di Anna. Così la famiglia Pignatti rimase nei dintorni della casa, dormendo all’aperto per tre giorni.

«Dopo tre giorni vissuti per strada, mio nonno cominciò a cercare un altro posto dove saremmo potuti andare – continua Anna Pignatti – e siamo stati ospitati da una famiglia che viveva a Cortile (altra frazione di Carpi, ndr). Ci diedero una stalla per dormire e uno stallino per farci da mangiare. Siamo rimasti lì per circa un anno. Abitavamo vicino al campo di concentramento di Fossoli, quindi era possibile vedere tutte le persone che venivano deportate. E tra loro c’era anche il fratello di mio nonno, con sua moglie. Quando mio padre scoprì che suo zio si trovava nel campo di concentramento, provava sempre ad andare a trovarlo di nascosto».

LA DENUNCIA

Dopo il trasferimento della famiglia a Cortile, Gobbo Foresta continuò a cercare la famiglia Pignatti. E quando riuscì a trovarla, avvisò di nuovo la polizia. Ad aprile del 1945 la polizia tedesca bussò di nuovo alla loro porta. «Questa volta aprì mia madre – continua il racconto –. Era una donna molto forte e coraggiosa. Ma la polizia, non trovando in casa mio padre e mio zio, non la ascoltarono e ci misero contro il muro per ucciderci. Con me c’erano mio fratello, mia mamma e mio nonno».

«PROVATE A SCAPPARE»

«Mia madre riuscì a prendere tempo, chiedendo alla polizia tedesca di poterci mettere le scarpe prima di essere fucilati. E mentre ci allacciava le scarpe, ci sussurrava di scappare. “Provate a nascondervi nel porcile”, ci diceva. Ma non c’era alcuna via di scampo, in quanto avevamo la polizia tedesca con il mitra puntato addosso. In quell’istante arrivò il capo tedesco che urlò ai suoi complici di scappare via. Erano arrivati gli americani. Quando il capo tedesco era arrivato da noi per avvisare gli altri di scappare – ricorda ancora Anna Pignatti – i poliziotti volevano comunque ucciderci, in quanto pensavano che gli americani fossero ancora lontano. Ma non hanno potuto farlo, perché erano a 100 metri da casa nostra. E quando gli americani ci trovarono, riuscirono ad uccidere i due tedeschi, che provarono a nascondersi».

«Quando tornò la pace nelle nostre vite, mio padre non era ancora tornato a casa. Eravamo tutti preoccupati. E quando cominciammo a cercarlo, scoprimmo che era stato preso dai tedeschi. Lo avevano portato nel campo di concentramento».

Ma in cambio di una bicicletta – quella con cui Amedeo si spostava per andare a trovare una parente – un poliziotto tedesco era disposto a liberarlo. «Se mi dai la bicicletta, io ti lascio andare», disse il poliziotto.

la bicicletta

«Mio padre accettò senza pensarci due volte – prosegue Anna –. Così si accordarono per trovarsi ad un determinato orario. E dato che quella sera, c’era solo lui di turno, lo avrebbe liberato – conclude Anna Pignatti –. Mio padre è riuscito a scappare e a tornare a casa. Così finalmente la mia famiglia era di nuovo riunita tutta insieme, con mio padre e mio zio».

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