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Sette musiciste ucraine accolte dall'istituto musicale Peri

Gabriele Farina
Sette musiciste ucraine accolte dall'istituto musicale Peri

Reggio Emilia: insegnante, tirocinante e cinque studentesse profughe sono arrivate da Kharkiv dove l’università è stata evacuata: «Grazie, un onore suonare a Reggio»

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REGGIO EMILIA. «Grazie Reggio». Commozione e speranza si mescolano in un lungo applauso diretto all’Ucraina. Alle 12,20 di ieri l’istituto superiore di studi musicali Peri-Merulo si collega con due città segnate dal conflitto: la capitale Kiev e Kharkiv. L’istituto accoglie sette profughe ucraine: un’insegnante, una tirocinante e cinque studentesse. Le notizie che arrivano all’auditorium Masini dalla patria non sono rassicuranti: «L’università è stata evacuata. Non possiamo continuare a studiare: è impossibile». In collegamento due docenti universitari: Volodymyr Podolchuk e Oleksandr Pryimenko. Il primo dirige il dipartimento di Musica dell’Accademia di Stato della Cultura e delle Arti Lugansk di Kiev. Il secondo è il vicerettore dell’Università nazionale delle Arti di Kharkiv. Dai due istituti (oltre che dal liceo musicale di Kharkiv) sono giunte le sette profughe.

«Le nostre famiglie sono rimaste in Ucraina – rivela Mary, insegnante –. Per noi è molto difficile contattarle e parlare con loro».

La docente traduce dall’ucraino (e dall’inglese) all’italiano durante il collegamento con l’Ucraina. Tra i termini più usati vi è “grazie”.

«Grazie per la solidarietà – esordisce Podolchuk –. È un grande onore per noi e il nostro Paese aver l’opportunità di continuare a studiare e partecipare all’ambiente culturale di Reggio. Grazie di tutto: siamo felici». La felicità si trasferisce dal docente accademico dai capelli bianchi alle giovani accolte.

Ksenya ha 17 anni e suona il pianoforte. «È un grande onore essere a Reggio – spiega la giovane – abbiamo l’opportunità di prendere parte al mondo accademico, di studiare, di vedere come vive la città, come vivono e cosa fanno i musicisti reggiani». Mentre Ksenya parla, le compagne più grandi ascoltano e riprendono la scena con i cellulari. I video sono materiali preziosi: possono essere condivisi con chi è rimasto in patria. «Purtroppo, nella nostra città e in Ucraina è impossibile studiare ora perché c’è la guerra – ricorda la pianista – Non possiamo prendere parte alla vita musicale della città: è troppo difficile. A Reggio abbiamo l’opportunità di continuare a studiare e siamo felicissime di ciò: grazie mille».

I cellulari tornano in azione durante il concerto di benvenuto. Marta Premoli (violoncello) e Simone Sgarbanti (pianoforte) accolgono le nuove arrivate sulle note di Rachmaninov. Seguono le percussioni di Matteo Rovatti. Gli animi ondeggiano tra leggerezza e trasporto, nostalgia e voglia di normalità.

«La musica può fare tutto – riprende l’insegnante – la musica è la lingua che può parlare qualsiasi persona. Per noi essere a Reggio significa vivere in musica. È un modo di esprimere la libertà del nostro Paese».

Un’attestazione in sintonia con quanto afferma il prefetto Iolanda Rolli. «La musica ha un linguaggio universale – ricorda il prefetto – unisce i popoli e li accompagna attraverso i momenti belli e difficili. La musica vi aiuterà a inserirvi sempre meglio nel nostro contesto». Rolli saluta le profughe con la rassicurazione di un nuovo incontro.

Il direttore dell’istituto Marco Fiorini propone già collaborazioni a più ampio respiro dopo la fine delle ostilità. «Ci aspettiamo di fare una bella esperienza – anticipa l’insegnante ucraina – vogliamo vedere l’Italia e comprendere cosa significa per noi prender parte a un progetto musicale. Vogliamo vedere come vive la città, come respira: è un aspetto molto importante. Vogliamo vivere normalmente: in Ucraina è impossibile». Il desiderio di normalità è ribadito dall’altro lato dello schermo. Pryimenko porta i saluti della professoressa Julia Nikolaevslaya, referente dell’istituto reggiano per gli arrivi. Il “grazie” in italiano di Podolchuk è l’epilogo in vista delle prime lezioni.

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